Opinione

Leone XIV, il Papa che ricuce gli strappi

Una riconosciuta capacità di mediazione, ma non solo: nel suo primo anno il Pontefice, oltre a distinguersi per l’arte di tenere insieme posizioni lontane, non rinuncia a fissare confini chiari sui temi etici e politici
Papa Leone XIV, agostiniano, nato a Chicago nel 1955, è, dall’8 maggio 2025, il 267º papa della Chiesa cattolica – Foto: Stefano Dal Pozzolo / Contrasto

Per Giovanni Paolo II la guerra è «un’avventura senza ritorno»; «Mai più la guerra!» è il monito di Paolo VI in occasione del ventennale della fondazione delle Nazioni Unite a New York, mentre Francesco era solito affermare che il mondo vive “una terza guerra mondiale a pezzi”. Tutti i Pontefici, è cosa nota, sono fermi oppositori dei conflitti, ma le parole e i gesti di papa Leone XIV, specialmente durante il pellegrinaggio in Algeria, prima tappa del suo viaggio apostolico in Africa, gli sono valsi l’unanime apprezzamento di tutte le Cancellerie del pianeta. Soprattutto davanti all’attacco scomposto del presidente Usa Donald Trump. Interpellato sulle pesanti dichiarazioni diffuse sul social Truth, Leone XIV ha replicato: «Non voglio entrare in un dibattito, il mio messaggio è il Vangelo e continuo a parlare forte contro la guerra». Non solo. Con franchezza ha sottolineato, in un viaggio internazionale tanto desiderato fin dal momento dell’elezione, che: «il cuore di Dio, straziato dalle guerre, non è con i malvagi e con i prepotenti».

La promozione della pace è l’architrave del magistero di Leone XIV che richiama in particolare alcuni governanti a non abusare, come stanno facendo, del messaggio del Vangelo, riferendosi chiaramente a Trump. La voce del Papa si è levata per ammonire «chi piega le religioni e il nome di Dio ai propri obiettivi militari, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso». Angelus, udienze generali e appuntamenti con capi di Stato: Prevost non ha perso l’occasione, in questi 365 giorni, di chiedere ai leader del mondo di mettere fine alle guerre. E anche se per gli osservatori di questioni vaticane, non ha la profondità intellettuale di Benedetto XVI e nemmeno la forza trascinante di Francesco, tanti riconoscono che Leone XIV è il vescovo di Roma abile nella mediazione e soprattutto nel ricucire strappi, dentro e fuori le mura leonine.

Lo ha dimostrato giorno dopo giorno, in questo primo anno di pontificato. Per esempio, incontrando nel marzo scorso la Leadership conference of women religious, organizzazione che riunisce la maggior parte delle religiose degli Stati Uniti, nota per aver preso posizioni assai distanti dalla Santa Sede in tema di aborto e contraccezione. Qualcuno ha sentenziato: è un Papa che incontra tutti, alludendo al fatto che ha ricevuto personalità di spicco e figure anche non di primo piano. Ma se deve dire un secco “no”, papa Prevost sa esattamente come mettere confini e paletti.

Prevost e il Messaggio della pace

La linea di Prevost appare netta se si rilegge il suo discorso al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano nel tradizionale appuntamento di inizio anno: il Pontefice si è lamentato dell’uso dei fondi pubblici per distruggere vite invece che per sostenere madri e famiglie. Per non tacere dell’eutanasia che, nella stessa occasione, ha definito «una falsa forma di compassione».

C’è chi dice che si tratta di un Pontificato in continuità con quello di Bergoglio. Non mi sembra. E non mi riferisco a segnali esteriori, come il ritorno del Santo Padre nell’appartamento nel Palazzo Apostolico, a cui papa Francesco aveva preferito Santa Marta, adducendo, come motivo, il desiderio di non restare isolato. E neppure dei paramenti papali indossati il giorno dell’elezione: al posto della semplice talare bianca di Francesco, la classica mozzetta, la mantellina rossa delle occasioni solenni, a cui i fedeli, e non solo loro, erano abituati. O di altri segni di rottura, come il ripristino dell’auto di rappresentanza, dopo che Bergoglio si era sempre servito di una utilitaria. Oppure della decisione di sopprimere la commissione incaricata di coordinare le donazioni, voluta espressamente da Francesco.

No, non parlo di questo. Penso piuttosto alle parole pronunciate dopo l’elezione al soglio di Pietro, un manifesto del suo pensiero. Alludo in particolare alla «pace sia con voi!», alla pace «disarmata e disarmante, umile e perseverante». Espressioni che, in un contesto storico attraversato da conflitti e divisioni, non potevano essere più azzeccate, anche perché dettate dal cuore e immediatamente colte non solo dalla piazza, ma anche da ogni persona di buon senso. Mi piace pensare che non sia un caso che l’elezione sia avvenuta il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, citata dallo stesso Pontefice affermando che «Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore».

Tra periferie e diplomazia

Anche le scelte di alcuni pellegrinaggi appaiono significative, perché sono un indicatore dei temi cari al Pontefice. Difatti, il primo anniversario dell’elezione, l’8 maggio, coincide con il viaggio a Pompei nel Santuario mariano e poi a Napoli. Per tornare nuovamente, il 23 maggio, in Campania, per fare tappa questa volta nella Terra dei fuochi, ad Acerra. Il mese successivo, sabato 20, sarà a Pavia, che nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro custodisce le spoglie di sant’Agostino, da lui richiamato nel primo intervento, ricordando al mondo di essere un figlio del Santo di Ippona. A luglio un’altra meta, Lampedusa, che inaugurò i viaggi italiani di papa Francesco, l’8 luglio 2013, con la sua denuncia senza appello dei tanti migranti morti nei naufragi. Qui sì, nel solco di Bergoglio, per puntare i riflettori sulla tragedia delle migrazioni e sul mare Mediterraneo divenuto tomba della dignità umana.

Se ogni Vescovo di Roma si è distinto per il suo stile, è evidente che l’impronta di papa Prevost è certamente missionaria, avendo alle spalle la lunga esperienza in Perù e, in particolare, a Chiclayo. Per qualche osservatore, questo anno di esordio è trascorso senza le grosse novità che molti si aspettavano. Come la squadra di governo, ancora da delineare. Poche nomine, ma tutte frutto di un attento studio. Ne sono una prova la nomina di monsignor Paolo Rudelli a sostituto della Segreteria di Stato e di Anthony Onyemuche Ekpo ad assessore della stessa Segreteria.

Ma è indubbio che la partita del primo Papa nordamericano nella storia della Chiesa si gioca sullo scenario di un mondo sempre più avviluppato in una spirale di violenza e di guerra. Dove non bastano più gli appelli alla pace o gesti inusuali come la visita all’ambasciata russa presso la Santa Sede all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, ma occorre fare leva sulla diplomazia per trovare una via di dialogo per il bene di tutti.