“Dove si posa lo sguardo”

Come guardare una cicatrice?

Giornalista e scrittore, Riccardo Maccioni, nella sua rubrica mensile racconta storie di vita, riflette su dolore e resilienza e offre sempre uno sguardo di speranza: sul numero di marzo parla di Eleonora, sopravvissuta all’incendio della discoteca di Crans-Montana

Ci sono tanti modi per reagire a una sofferenza che sentiamo superiore alle nostre forze. La strada più facile, con meno ostacoli, passa dalla rabbia e dallo sconforto appeso a una domanda: perché? Eleonora invece ha scelto un sentiero tormentato, quello che cerca – persino in una tragedia buia come la notte nera – i semi di un inno alla vita.
Eleonora ha 29 anni, è nata a San Giovanni in Marignano, ma lavora a Bellaria Igea Marina, sempre nel Riminese. Di mestiere fa la veterinaria e tornerà a praticarlo appena possibile, quando cioè le ferite riportate nell’incendio saranno compatibili con un’esistenza quasi normale. Perché Eleonora è una delle sopravvissute alla tragedia di Crans Montana dove nella notte di Capodanno il rogo della discoteca “Le Constellation” ha fatto strage di giovanissimi. Ragazzi venuti in Svizzera da ogni dove, molti dall’Italia, per sciare e divertirsi.
Certo, si dirà, lei è stata fortunata, ci sono invece genitori condannati a non rivedere i loro figli e non esiste dolore più grande, tantomeno le parole per descriverlo: di fronte a una sofferenza così si arrende anche il vocabolario. Però uscire salvi da una tragedia, mentre tutto intorno parla di dolore e morte, non è facile per niente. Devi fare i conti con i sensi di colpa che la mente si costruisce pure se non hai fatto nulla di sbagliato, ci saranno da incrociare gli sguardi di chi ha perduto per sempre una persona cara, magari avrai il ricordo tormentato di un volto che, con il senno di poi, avresti potuto aiutare.
E poi Eleonora è ferita, ha riportato ustioni serie, al volto, alle gambe e a una mano, la stessa, fasciata e dolente, messa al centro di un post sui social. «Voglio dire grazie – ha scritto su Instagram – a chi non hai mai lasciato la mia mano: alla mia famiglia e al mio fidanzato, rimasto insieme a me anche in quella stanza di ospedale». Sta lì, nel sostegno di chi ti aiuta a rialzarti quando sei a terra, il seme della rinascita, che non significa tornare indietro a un passato per forza di cose annebbiato, ma reinventarsi facendo leva, quasi paradossalmente, proprio sul ricordo di un’enorme sofferenza.
Quella mano guarirà, ci vorrà un anno o forse due, ma guarirà. Però non sarà la stessa di prima, probabilmente rimarrà una cicatrice a testimoniare quello che è successo. E allora toccherà a Eleonora decidere come guardarla, se cioè quel graffio sulla pelle sarà memoria di un’angoscia che non passa o segno di guarigione. La firma su una lettera che, malgrado tutto, dice ancora sì alla vita.