I Divenenti

Impotenza

«Noi sedicenni non riusciamo a immaginare». Una frase che racconta il senso di frustrazione di molti giovani di fronte al presente e la difficoltà di trasformare il desiderio di cambiamento in partecipazione e impegno

«È che nessuno di noi è disposto a morire», dice lei con rammarico, amareggiata. «Non si tratta di morire, forse solo di rinunciare a qualcosa», le rispondo. «C’è mai stata una rivoluzione senza un sacrificio umano?», ribatte.

È la coda di un incontro pubblico, sull’immaginazione e il cambiamento, e nel finale ho provato a spiegare come nascono i movimenti di protesta, chi riesce a mobilitare le persone e con quali parole. Quello è un luogo che condivide con me l’idea che questo non sia il migliore dei mondi possibili, che lo si possa immaginare meno violento, più in pace, più gentile, meno diseguale. «Noi sedicenni non riusciamo a immaginare», aveva già denunciato una ragazza durante l’incontro, dando inizio a una sorta di coming out, sulla propria impotenza generazionale, quasi vivesse uno stallo che passa dall’immaginazione fino all’azione.

Io avevo spiegato che in effetti l’immaginazione funziona in modo controintuitivo, si nutre della mancanza di immagini, perché è lei a crearne, da dentro di noi: se viviamo di immagini altrui e scrolliamo il cellulare di continuo, paradossalmente non la alimentiamo ma la atrofizziamo. Prova ne è che se vuoi entrare in una storia basta chiudere gli occhi, come sa ogni bibliotecaria esperta di letture ad alta voce. La saturazione è quindi una forma di censura, e quella ragazza deve aver intuito la fregatura dei social: occupare ogni vuoto estraendo il cellulare per sottrarsi alla noia impedisce di creare mondi, compresi quelli che si desiderano.

E l’altra questione, la vita come prezzo da pagare per cambiare le cose? Ne resto spiazzato, perché non sono cresciuto con questo aut aut. La protesta, la disobbedienza civile, la manifestazione di dissenso in piazza, la lettera al sindaco o al dirigente, la defezione o il rifiuto di un invito, l’assemblea di classe o d’istituto, l’occupazione della scuola: dire di no – e con questo gesto, come insegnava Albert Camus, affermare qualcos’altro – è sempre stato possibile, in tanti modi.

Ma i tempi sono cambiati, vigono misure di ordine pubblico sempre più restrittive, le istituzioni non consegnano ai più giovani gli strumenti della democrazia – nessuno, a scuola, insegna davvero a usare le assemblee – e faticano ad accettare le forme del dissenso. Così, a sedici o a vent’anni, ci si trova di fronte all’assurdo bivio fra la piena adesione al presente o il sacrificio umano, senza riconoscersi né nell’una né nell’altra possibilità. Giustamente.

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