Fin dalla sua origine la Chiesa si è strutturata in comunità legate a determinati territori. La scelta è facilmente comprensibile: poiché la fede cristiana si esprime in una fraternità non solo teorica, per i credenti è sempre stato naturale raccogliersi nei luoghi in cui la vita effettivamente si svolge e dove le relazioni crescono in una frequentazione abituale.
Oggi la situazione sembra essere almeno parzialmente diversa. Non tanto per un ripensamento sul versante ecclesiale, quanto per un diverso modo di concepire la propria identità e di vivere il legame con il posto nel quale si abita o si lavora. Lo annota anche l’Arcivescovo nella Proposta pastorale di quest’anno: «Il cambiamento d’epoca cambia anche la comunità cristiana e la sua presenza nella storia, perché il territorio non è un fossile, ma un fluido e la vita della gente assomiglia di più a un migrare che a un abitare» (Tra voi, però, non sia così, Centro ambrosiano, 2025, pag. 37).
La situazione non è ovunque omogenea e sicuramente il senso di appartenenza è minore a Milano e nelle altre città che nei paesi. Ciò non toglie che, in generale, una più diffusa mobilità tenda a relativizzare il contesto nel quale – solo provvisoriamente – si vive. Ne consegue una maggiore disinvoltura nella frequentazione di parrocchie alternative rispetto a quelle di residenza.
Occorre rilevare, però, che il fenomeno non si riduce alla tendenza a legarsi a una parrocchia elettiva invece che a quella prevista dalla suddivisione ecclesiale. Più preoccupante è il venir meno di qualsiasi riferimento stabile e della disponibilità a lasciarsi coinvolgere in relazioni durature. Le conseguenze sul versante sociale e umano sono profonde e non possono non riguardare anche la prassi pastorale.
Da una parte il cristianesimo non può rinunciare a coltivare la dimensione comunitaria e quindi a insistere sull’importanza di identificare dei luoghi di incontro, sia pure elettivi. Dall’altra, occorre tenere conto del fatto che alcuni spazi saranno vissuti come meri punti di transito, più che come luoghi nei quali accasarsi. Non si può chiedere, quindi, che chiunque si affacci in chiesa sia per ciò stesso disponibile a un pieno inserimento nella vita parrocchiale. In molti casi, sarà appena possibile offrire la grazia di un gesto o di una parola.
Del resto, lo stesso Gesù si è rivolto non solo alla comunità dei discepoli, ma anche a tutti coloro che occasionalmente incrociava sul suo cammino. Questo tratto episodico e un po’ estemporaneo della sua missione non sminuisce la verità della salvezza né quella della fede di chi l’accoglie.
Per la Chiesa riuscire a mantenere questo stile è decisivo e la mutazione del contesto sollecita a verificare seriamente le forme della propria prossimità.
Editoriale
Il territorio non è un fossile
Tra mobilità, relazioni fragili e appartenenze sempre più fluide, cambia anche il modo di vivere la comunità cristiana. Una trasformazione che interpella la presenza della Chiesa e le forme della sua prossimità
Foto Andrea Cherchi
