1° maggio

Il grande blocco dei salari italiani

Dalla produttività stagnante alla scarsa mobilità occupazionale, diversi fattori spiegano la mancata crescita retributiva in Italia. Il risultato è una perdita progressiva di potere d’acquisto rispetto ai principali partner europei
Un corteo della Festa del lavoro organizzato da Cgil, Cisl e Uil per le vie del centro di Milano – Foto: Alessandro Bremec/Fotogramma

Negli ultimi trent’anni i salari italiani sono rimasti sostanzialmente fermi, registrando persino un lieve calo reale, mentre nel resto d’Europa sono cresciuti in modo significativo. A determinare questo divario concorrono diversi fattori strutturali. In primo luogo, la bassa produttività: tra il 1995 e il 2024 è aumentata appena dello 0,3% annuo, contro una media europea dell’1,5%. A ciò si aggiunge il “nanismo” del sistema produttivo, composto per il 95% da microimprese, che limita investimenti in innovazione e quindi la capacità di generare maggiore valore e salari più alti.

Un altro elemento critico è il basso tasso di occupazione, soprattutto femminile, e le forti disparità territoriali, con il Sud molto indietro rispetto al resto del Paese. Incide anche la scarsa mobilità lavorativa: molti italiani restano a lungo nella stessa azienda, riducendo la pressione competitiva sulle imprese per aumentare gli stipendi. Inoltre, l’economia è concentrata in settori a basso valore aggiunto, come il turismo, che offrono retribuzioni contenute.

Negli ultimi anni si è aggiunto il peso dell’aumento dei costi energetici, che sottrae risorse a investimenti e salari. Anche il sistema della contrattazione collettiva mostra limiti: molti contratti nazionali vengono rinnovati con ritardi significativi (in media quasi 19 mesi), erodendo il potere d’acquisto dei lavoratori. Gli aumenti salariali, infatti, non recuperano le perdite accumulate durante i periodi di attesa.

La proliferazione dei cosiddetti “contratti pirata” contribuisce a comprimere ulteriormente i salari, pur non essendo la causa principale del problema. Il dibattito sul salario minimo resta aperto, ma presenta criticità legate alla sua possibile applicazione.

Il risultato complessivo è una progressiva perdita di potere d’acquisto: gli stipendi non tengono il passo con l’inflazione e il costo della vita, soprattutto nelle grandi città come Milano, dove affitti e mutui assorbono una quota sempre più elevata del reddito. Rispetto agli anni Novanta, quando era più facile acquistare casa anche con un solo stipendio, oggi l’equilibrio tra lavoro e qualità della vita appare fortemente compromesso.

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