Ci si poteva illudere che, nell’epoca dei social, la possibilità di essere raggiunti da immagini e video provenienti direttamente, senza filtri, dai diversi fronti di guerra ci avrebbe resi più sensibili alle sofferenze di tutte le parti. La guerra non fa sconti a nessuno. Il dolore patito e la percezione dell’ingiustizia radicalizzano le posizioni, generano ulteriore odio, sfociano in gesti disumani ad opera degli uni e degli altri. Per questo, la possibilità di vedere tutto avrebbe dovuto rivelarci l’assurdità di ogni conflitto armato.
Purtroppo non è andata così. Come spiega Paolo Giordano nel suo recente libro Da vicino. Raccontare la guerra oggi, l’esito è esattamente il contrario: poiché gli algoritmi tendono a confermarci nei nostri pregiudizi, vediamo solo il male che patisce la realtà alla quale ci sentiamo più vicini. Ciascuno grida: «Guardate noi! Guardate noi! L’orrore accade qui e soltanto qui!». Ma noi abbiamo occhi solo per alcuni. E gli altri si trasformano sempre più in mostri sanguinari.
Questa visione semplificata del mondo, con una netta contrapposizione tra buoni e cattivi, amici e nemici, non domina soltanto i social e il dibattito pubblico. È anche quella che trasmettiamo più o meno consciamente ai nostri bambini, fin dalla prima infanzia. L’altro, quando non asseconda i nostri desideri, diventa un avversario o un vero e proprio ostacolo, qualcuno da neutralizzare.
Ne deriva un’immagine di giustizia molto prossima alla vendetta: il male subìto esige un contraccambio di male almeno equivalente. L’emblema con cui siamo abituati a rappresentarla è la bilancia, simbolo di un equilibrio da ristabilire. Ma quando questo equilibrio viene inteso come compensazione del male con un nuovo male, la logica non è molto diversa da quella che alimenta le guerre, con tutte le loro atrocità. Così almeno la pensano gli autori del testo, curato da Luciano Eusebi, Educare alla giustizia riparativa (0-6 anni).
Colpisce che il volume si rivolga ai bambini da zero a sei anni. Ma la sua tesi è proprio questa: si deve cominciare subito a imparare che i conflitti non prevedono necessariamente risoluzioni con un vincitore e un vinto. È urgente disinnescare l’impulso a inquadrare l’altro nella categoria di nemico, considerandolo esclusivamente in funzione del vantaggio o del disturbo che mi reca. Ma se questo modello è sempre più diffuso nel mondo adulto, non c’è da stupirsi che i più piccoli lo assorbano e lo facciano proprio.
Per questo abbiamo una grande responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, di tutti quei bambini e quei ragazzi che in questo mese di settembre ricominciano la scuola. Prima e più di tante altre questioni, dobbiamo chiederci a quale idea di giustizia e di convivenza li stiamo educando. E se anche noi non ci siamo ormai assuefatti a una visione del mondo che, invece di affrontare la fatica dell’ascolto e della comprensione reciproca, si affretta a distinguere tra amici e nemici.
