Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, Seveso fu teatro di uno dei più gravi disastri ambientali della storia italiana. Alle 12.37 un guasto nello stabilimento chimico Icmesa di Meda provocò la fuoriuscita di una nube contenente TCDD, la più tossica tra le diossine. L’azienda produceva sostanze destinate ai settori dei profumi, della cosmetica e della farmaceutica; quel giorno un’anomalia nel reattore per la produzione di triclorofenolo fece salire la temperatura oltre i limiti di sicurezza, causando la formazione della diossina. L’esplosione fu evitata, ma la nube si disperse sui territori circostanti, colpendo soprattutto Seveso, oltre a Meda, Desio e Cesano Maderno.
I primi segnali furono un forte odore acre e irritazioni agli occhi, ma la popolazione venne informata della reale gravità dell’incidente solo una settimana dopo. Non ci furono vittime dirette, ma le conseguenze furono profonde: terreni, coltivazioni e allevamenti vennero contaminati, oltre 700 persone furono evacuate, migliaia di animali abbattuti e numerosi abitanti, soprattutto bambini, svilupparono la cloracne, patologia causata dall’esposizione alla diossina. L’emergenza ebbe pesanti ricadute ambientali, sociali e psicologiche, segnando per sempre la comunità.
Il disastro cambiò anche il rapporto tra cittadini, istituzioni e ambiente. Pur tra informazioni inizialmente carenti e contraddittorie, si sviluppò una vasta rete di solidarietà composta da volontari, associazioni e giovani, impegnati nell’assistenza alle famiglie, nell’informazione e nelle attività educative. Nacquero l’Ufficio decanale di assistenza alla popolazione e il giornale “Solidarietà”, mentre all’ospedale di Desio iniziarono i primi monitoraggi sanitari sui residenti contaminati.
La tragedia contribuì inoltre a rafforzare la consapevolezza dei rischi industriali e ambientali, favorendo importanti cambiamenti normativi.
Il simbolo più significativo della rinascita è oggi il Bosco delle querce, realizzato a partire dal 1983 proprio nell’area maggiormente contaminata. Dopo la bonifica del sito, con la rimozione del terreno inquinato e il confinamento dei materiali contaminati in vasche impermeabilizzate, prese avvio un progetto di riforestazione coordinato dall’agronomo Paolo Lassini. Negli anni furono piantati migliaia di alberi e arbusti, l’ecosistema tornò gradualmente a vivere e la biodiversità venne costantemente monitorata. Oggi il Bosco delle querce è un parco pubblico, luogo di memoria, educazione ambientale e ricerca scientifica. Nell’aprile scorso la Commissione europea gli ha conferito l’European Heritage Label, riconoscendone il valore simbolico nella storia europea come esempio di trasformazione di un luogo segnato da una tragedia in un patrimonio collettivo di memoria, tutela ambientale e speranza.
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