A chiunque faccia il prete o l’educatore capita di quando in quando di ritrovare dopo venti o trent’anni i ragazzi di un tempo, oggi adulti: ci si aggiorna brevemente sulle rispettive vite ma poi, se nel passato si è condivisa un’estate in campeggio, quel ricordo riemerge immancabilmente con forza, commozione e gratitudine. E non importa se le scelte successive hanno condotto altrove, magari molto lontano dall’oratorio e dalla fede.
Non è solo amarcord. Piuttosto, è la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di vero e significativo; il ricordo di un bene che forse è stato trascurato, ma che non ha perso valore: una specie di promessa ancora valida. Anche l’eventuale allontanamento non squalifica affatto l’esperienza. Semmai attesta la tenacia del seme che là era stato piantato e che resiste a distanza di anni.
Gli ingredienti sono molti. Innanzitutto la possibilità di stare insieme, a stretto contatto, con dei coetanei, condividendo la quotidianità in tutte le sue sfaccettature. La dimensione comunitaria oggi è ancora più preziosa. In un contesto in cui i rapporti tendono a essere mediati dallo smartphone e sottoposti a un controllo costante dell’immagine di sé: vivere alcuni giorni gomito a gomito con altri costringe ad affrontare qualche insicurezza, ma anche a scoprire che è possibile accettarsi con i propri limiti e i propri difetti. Insegna a tenere conto delle priorità del gruppo, a ridimensionare le proprie pretese, a fare i conti anche con le difficoltà degli altri.
In questo modo, i ragazzi si cimentano con vere responsabilità, imparando a gestire in autonomia piccoli compiti pratici da cui solitamente sono esentati. In una società iperprotettiva, segnata dalla tendenza a un accudimento prolungato (soprattutto nei confronti dei tanti figli unici), il campeggio con l’oratorio o con gli scout sollecita un impegno che non di rado diventa motivo di soddisfazione e di vera e propria scoperta di sé.
Ma ciò che spesso rende indelebile questa esperienza è la possibilità di dare spazio a esigenze interiori che normalmente risultano compresse tra i tanti impegni della vita di tutti i giorni. Il contatto con la natura e la risonanza immediata che il vissuto (con i suoi entusiasmi, le fatiche, gli affetti) trova nel silenzio e nella preghieraè un bene raro – e tale spesso rimane, purtroppo, anche per gli adulti.
Anzi, proprio da adulti, ci si rende conto di quanto tutto questo sia benefico e costituisca una riserva di senso importante che nutre la vita. È talmente vero che anche il ricordo di una settimana trascorsa con gli amici in anni lontani può diventare un punto fermo a cui continuare ad attingere.
Per questo possiamo continuare a proporre ai nostri figli e nipoti l’esperienza del campeggio. Non è una tradizione da mantenere per abitudine, ma un seme da affidare ancora. Perché alcuni doni, quando sono autentici, non invecchiano: continuano a portare frutto attraverso le generazioni.
