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Magnifica Humanitas e la dignità dell’umano

A partire dall’enciclica di papa Leone XIV, emerge una visione dell’uomo non riducibile a funzione o algoritmo, ma chiamato a riscoprire origine e destino. L’intelligenza artificiale può elaborare linguaggi religiosi e teologici con grande competenza, ma resta priva di esperienza. Non prega, non ama, non vive
© imaginima/iStock

Il numero di giugno de “Il Segno” si muove attorno a una domanda decisiva: che cosa significa essere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Tre contributi diversi — teologico, giornalistico e spirituale — affrontano il tema da angolazioni differenti, ma convergono su un punto comune: la tecnologia non è più soltanto uno strumento, bensì un ambiente che incide profondamente sulla nostra idea di persona, di verità e di relazione.

Nell’intervento di don Luca Peyron, la riflessione prende avvio dall’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, che richiama l’uomo alla sua verità più profonda: non riducibile a funzione o algoritmo, ma chiamato a riscoprire origine, dignità e destino. L’umano è insieme grandezza e contraddizione, capace di solcare lo spazio e insieme di generare violenza e smarrimento. In questo scenario, l’intelligenza artificiale non è più un semplice dispositivo, ma una forma culturale che attraversa politica, economia e vita quotidiana. Il rischio non è tecnico, ma antropologico: perdere la consapevolezza di ciò che rende umano l’uomo. La Chiesa, secondo questa prospettiva, è chiamata non a “occuparsi di tecnologia”, ma a custodire l’umano nel tempo della sua trasformazione.

Nell’intervista di Salvio Vicari a un sistema di AI (“Claude”), l’intelligenza artificiale si presenta come una macchina linguistica sofisticata, capace di elaborare testi teologici e risposte articolate, ma priva di esperienza: non prega, non ama, non teme la morte. Ne emerge una distinzione decisiva tra informazione ed esperienza, tra conoscenza e partecipazione. Anche la fede, in questa prospettiva, non è riducibile a contenuti corretti, ma nasce da un incontro e da una vita interiore.

La terza voce, quella di fra Roberto Pasolini, sposta il focus sul rischio più profondo: che gli umani diventino simili alle macchine. L’efficienza, la performance e la perfezione algoritmica rischiano di erodere fragilità, lentezza e relazione. Eppure, proprio fragilità ed esperienza costituiscono il nucleo irriducibile dell’umano e della vita di fede. L’AI può accelerare processi e produrre risposte, ma non può sostituire l’incontro, la libertà, la sofferenza, la preghiera. Per questo la vera sfida non è tecnologica ma educativa: riguarda gli adulti prima ancora dei giovani, chiamati a testimoniare un modo di vivere che non rimuova il limite ma lo abiti.

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