Dove si posa lo sguardo

Giovani, quelli che non vediamo

Contro luoghi comuni e stereotipi, le nuove generazioni sono in realtà attive, solidali e consapevoli, capaci, nonostante tutto, di immaginare un futuro più sostenibile e attento alla qualità della vita

I giovani, in quanto tali, non esistono. Come i vecchi. Ci sono persone che, per età e vicinanza culturale, reagiscono in modo simile alle medesime sollecitazioni. Forse è per questo, per l’impossibilità di ingabbiarli in un’unica categoria priva di sfumature, che non ci accorgiamo dei ragazzi e delle ragazze di oggi o, meglio, per usare un’immagine alla moda, “non li vediamo mai arrivare”. Il caso più eclatante risale ai giorni del referendum costituzionale quando, a far pendere la bilancia sul no, sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 28 anni, andati a votare in massa e con una consapevolezza che ha sorpreso moltissimi analisti. Ma come, non erano quelli disinformati, gli indifferenti a tutto, gli eterni bambini attenti solo a Playstation e social?

Eppure, i segnali per invertire la narrazione non mancavano neanche prima. Basterebbe ricordare le migliaia di ragazzi diventati “angeli del fango” in Emilia-Romagna, l’impegno per i profughi ucraini e la Palestina o, andando ancora più indietro nel tempo, le reti di solidarietà avviate durante la pandemia.

La verità è che, quando le nuove generazioni denunciano le storture del mondo che hanno avuto in eredità, fatichiamo ad ascoltarli, li prendiamo in giro, alziamo muri. A cominciare dal “problema” per eccellenza, la questione ecologica, che noi adulti guardiamo con indifferenza, se non con ostilità, preoccupati solo del costo dell’energia e guidati da un presidente Usa che per la sua campagna elettorale ha usato uno slogan da brividi: «Drill, baby, drill», cioè “trivella, tesoro, trivella”.

Ma i ragazzi ci possono insegnare anche molto altro, per esempio come si convive con la precarietà che probabilmente ne condizionerà la vita lavorativa, o quanto sia effimero il senso del possesso, visto che molti di loro non hanno l’auto e neanche la vogliono, preferendo la condivisione, la messa in comune, lo sharing. Visioni che disegnano un futuro dai nuovi punti cardinali, dove, al primo posto, c’è la qualità della vita che, si badi bene, non significa per forza di cose pigrizia o chiusura nel proprio microcosmo ma, spesso, desiderio di relazioni più stabili, cura del tempo. Non a caso, tutte le ricerche recenti evidenziano che per ragazzi e giovani il benessere psicofisico e l’equilibrio vita privata-lavoro vengono di gran lunga prima della carriera. E chissà quanto, in questi giudizi, dipende dagli stipendi da fame con cui vengono pagati ai primi impieghi. Un’altra triste eredità che consegniamo agli adulti di domani.