Secondo la retorica sportiva i campioni si riconoscono da come superano le sconfitte. Quindi lo statunitense Ilia Malinin è un campionissimo, anche se alle Olimpiadi di Milano-Cortina è arrivato solo ottavo nella gara che doveva stravincere. Lo ha dimostrato proprio nella delusione, per il modo di reagire alle cadute durante esercizi che in allenamento gli riescono a occhi chiusi. Un altro al posto suo avrebbe accusato il ghiaccio o chissà cos’altro, poi, asciugate le lacrime e chiusa in fretta e furia la valigia, sarebbe tornato a casa. Lui no. I video dei giorni dopo la débâcle lo immortalano sorridente in mensa e sugli spalti a fare il tifo per i compagni di squadra, a ridere con loro, a entusiasmarsi per Alysa Liu, medaglia d’oro nel pattinaggio artistico femminile.
Non dev’essere stato per niente facile, non è mai semplice gioire per i successi degli altri, soprattutto se occupano il posto che volevi fosse tuo. Nello sport come nella vita di tutti i giorni. Potrà sembrare un paradosso, ma spesso stare vicino a chi soffre è più naturale che condividerne la felicità. In nome dell’umanità comune il dolore abbatte le barriere, avvicina, facilita i rapporti; il successo, invece, crea divisione tra chi vince e chi perde, disegna gerarchie, stimola l’invidia, che è il più stupido e sterile dei vizi. Così, di fronte a un vincitore, spesso la prima tentazione è evidenziare i suoi difetti, andare alla ricerca di un passato ingombrante, magari sottolineare un’imbarazzante parentela. Ma quest’opera di discredito, oltre a danneggiare chi la promuove, finisce per nascondere una verità evidente: il successo, se vissuto senza arroganza, è contagioso, fa crescere la comunità, migliora il rendimento di tutti, nello sport, sul lavoro, a casa. Ecco allora spiegato l’inchino con cui Sara Hector e Mina Fürst Holtmann hanno salutato la medaglia d’oro di Federica Brignone nello slalom gigante di Cortina. Nel loro sorriso di sconfitte in festa attorno alla campionessa si poteva leggere la bellezza dello spirito olimpico, che significa dare il meglio di sé, spendere fino all’ultima goccia di sudore per vincere, sapendo che potrebbe non bastare, che la distanza tra gioia e delusione è labile come la sabbia in un giorno di vento. Che un campione lo vedi da come si rialza da una caduta, che sorrisi e lacrime sono facce diverse della stessa medaglia, che più del successo conta come lo vivi. Che se siamo arrivati secondi è perché c’era qualcuno di più bravo. E gioire con lui fa bene anche a noi.
