Quest’anno, con quasi perfetta sincronia, l’inizio della Quaresima coincide con quello del Ramadan. Si tratta di due periodi che hanno un significato diverso e che non possono essere equiparati. Tuttavia, entrambi i digiuni, quello cristiano e quello musulmano, sono un invito a ricordarsi di coloro che quotidianamente sperimentano la mancanza di pane. Sia il Vangelo che il Corano denunciano l’ipocrisia di una preghiera insensibile ai bisogni concreti dei poveri.
Oggi la maggior parte di noi patisce più l’eccesso che la carenza. Siamo travolti da un esubero di stimoli, di impegni e di aspettative: un peso che tende a schiacciarci e a toglierci il fiato. Guai, però, se arriviamo a dimenticarci di chi, sul versante opposto, è privo di possibilità e soffre la fame. La rinuncia prescritta deve diventare volontà di condivisione.
E, contemporaneamente, consapevolezza che «non di solo pane vive l’uomo». Quindi, ritorno all’essenziale e ascolto profondo «di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Anche in questo i discepoli di Gesù e i fedeli dell’Islam sono accomunati da una simile esigenza spirituale che proprio nell’esercizio del digiuno trova un richiamo efficace.
Questi pensieri erano proposti nel lontano 1993, in un’analoga coincidenza di calendario, da Christian de Chergé, il priore dei monaci di Tibhirine. (Ricorre quest’anno il trentesimo anniversario del loro martirio, nel contesto della guerra civile algerina; per l’occasione, merita almeno di essere rivisto il bel film del 2010 Uomini di Dio, diretto da Xavier Beauvois, che ne racconta la vicenda).
Fr. Christian ha sempre sostenuto che il dialogo interreligioso dovesse svolgersi così: più che con le dispute teologiche, spronandosi reciprocamente alla preghiera – «oranti in mezzo ad altri oranti» – e attraverso la semplice prossimità quotidiana.
Al primo ingrediente alludeva citando la regola di san Benedetto e immaginando identità diverse ma ugualmente tese nella «gioia di un desiderio spirituale» che testimoniasse al mondo la benedizione di Dio.
Il secondo elemento era, né più né meno, il lavoro ordinario di una piccola comunità chiamata a vivere in un ambiente interamente islamico: le esigenze della sussistenza e del buon vicinato imponevano una condivisione capace di generare stima reciproca e, non di rado, autentica amicizia.
Nel nostro contesto lombardo, con proporzioni quasi invertite, la sfida di pensare forme concrete di fraternità non è meno urgente e significativa. Il breve documento della Fondazione oratori milanesi a cui è dedicata la copertina de Il Segno di febbraio va in questa direzione. Ma, in fondo, si tratta, per tutti, di imparare a praticare con sempre maggiore coerenza i comandamenti evangelici: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi.
