La storia di Pinocchio, che tutti conoscono almeno per sommi capi, continua ad abitare il nostro immaginario e a suscitare riflessioni sui percorsi avventurosi attraverso i quali si cresce. Oggi, a duecento anni dalla nascita di Collodi (24 novembre 1826), un certo moralismo appare del tutto superato. D’altra parte, anche il fascino della trasgressione sembra non esercitare più un grande richiamo sui ragazzi. A pesare è piuttosto il desiderio di non deludere gli adulti, mostrandosi all’altezza di un mondo che esige il successo e persino la felicità.
In questo contesto risulta più ambigua la figura della Fata Turchina. Da un lato, indubbiamente libera energie che solo un’incrollabile fiducia riesce ad attivare: la sua certezza che il burattino possa finalmente comportarsi bene è una risorsa fondamentale per il compito di diventare umano. Dall’altro lato, però, oggi vediamo bene quanto quelle sue aspettative pesino e Pinocchio sembra mosso più dall’ansia di non tradirle, di non farla soffrire e di farla contenta, che non dalla volontà di scoprire chi può diventare.
È una contraddizione che attraversa anche la trap, a cui dedichiamo la copertina di questo numero. Nel raccontare i valori esaltati dai trapper — innanzitutto soldi, potere, popolarità —, la storia del burattino ci costringe a ripensare alla celebre coppia del Gatto e della Volpe. I due truffatori incarnano ormai ideali che il mondo adulto raccomanda quasi all’unanimità, invitando peraltro a conseguirli nel modo più rapido e indolore. La figura del vecchio Geppetto, tutto lavoro e sacrifici, è da un pezzo fuori gioco: offre un modello incomprensibile, non perché i giovani rifiutino l’impegno, ma perché hanno interiorizzato l’imperativo di una piena realizzazione di sé che eviti ogni lungaggine e frustrazione. Il Gatto e la Volpe, proprio come tanti testi trap, non fanno che dare voce al sentire comune.
Potremmo, invece, imparare qualcosa dal burbero Mangiafuoco. Se anche non risulta immediatamente simpatico e, anzi, fa persino paura, è l’unico che si ferma ad ascoltare quello che Pinocchio ha da dire. Ascolta, si commuove e gli regala cinque zecchini. Senza proiettare le sue aspettative e senza chiedere garanzie sul buon esito del proprio investimento, economico o affettivo che sia.
La condizione per un vero ascolto è quella di deporre, almeno per un momento, le verità già sapute (quelle del Grillo parlante) e presentarsi con le proprie fragilità: di fatto, Pinocchio e Geppetto si ritrovano solo nel ventre del pescecane, dove entrambi fanno i conti con il mostro della propria sconfitta e scoprono di avere bisogno l’uno dell’altro. È lì che diventa possibile rinunciare alle maschere da “duro”, comprese quelle indossate dai trapper nostrani, e alle bugie dietro cui ci nascondiamo.
