Vita consacrata

Sorelle dal mondo, una Chiesa che cambia volto

Un approfondimento tra le religiose di origine straniera presenti nella Diocesi di Milano. Storie, fatiche e speranze, tra accoglienza, pregiudizi superati e il desiderio di costruire comunità più aperte
Monsignor Mario Delpini con alcune suore straniere durante lo scorso Giubileo della vita consacrata – Foto: Andrea Cherchi

Sono circa seicento le religiose di origine straniera presenti nella Diocesi di Milano, una presenza significativa e destinata a crescere, che rappresenta il volto giovane della vita consacrata. Provenienti soprattutto dall’Asia, in particolare dall’India, ma anche dall’Africa e dal Sud America, sono al centro di una ricerca promossa dal Vicariato della Vita consacrata e dall’Usmi diocesana, in collaborazione con il Centro Arc dell’Università Cattolica. L’indagine, attraverso questionari e interviste, ha raccolto le esperienze di circa cinquanta suore, mettendo in luce difficoltà, speranze e possibilità di arricchimento reciproco. Le religiose, tra i 40 e i 64 anni e con una formazione medio-alta, sono arrivate in Italia soprattutto grazie ad accordi tra congregazioni e sacerdoti diocesani: a motivarle sono il servizio alla Chiesa e alle persone e il desiderio di costruire comunità fraterne.

Le testimonianze raccontano percorsi di integrazione segnati dalle difficoltà linguistiche, dall’adattamento culturale e, talvolta, da diffidenze e pregiudizi. Suor Ursulin Nafsia Fatmawati Gani, indonesiana di 43 anni, è arrivata in Italia nel 2003 e oggi presta servizio nella chiesa di San Carlo al Corso, a Milano. Accanto alla cura delle celebrazioni, dei canti e degli spazi liturgici, offre sostegno spirituale ai fedeli, visita i malati e collabora con il Centro di ascolto. Se inizialmente la presenza di una suora straniera aveva suscitato qualche perplessità, la partecipazione alla vita comunitaria ha favorito la fiducia.

Suor Anita Barajas Suárez, messicana di 51 anni, giunta nel 2015, ha dovuto imparare l’italiano per poter comunicare con la comunità. Oggi, a Villa Cortese, opera nell’oratorio, all’asilo e accanto alle persone straniere. Sono soprattutto i bambini, i ragazzi e gli ammalati a darle gioia, quando cercano una presenza capace di ascoltare e accompagnare.

Suor Genevieve Koyenin, togolese di 46 anni, arrivata nel 2015, si occupa di pastorale giovanile e catechesi a Cologno Monzese. All’inizio ha incontrato pregiudizi da parte di alcuni adolescenti, convinti che in Africa mancassero scuole e opportunità formative: oggi si sente accolta, ma resta colpita dai ritmi frenetici e dalla scarsa conoscenza reciproca tra vicini di casa.

La sociologa Monica Martinelli sottolinea come queste esperienze rivelino ancora uno sguardo svalutativo verso chi proviene dal cosiddetto “Terzo mondo” e una tendenza a uniformare culture e percorsi differenti: le religiose, invece, possono arricchire le comunità ecclesiali attraverso lo scambio e la condivisione. La loro presenza invita a costruire una “Chiesa dalle genti” non soltanto per le persone, ma con le persone: accogliente, fraterna e capace di riconoscere nelle differenze una risorsa per il cammino comune.

Leggi il servizio completo sul numero di ottobre de “il Segno”