Dove si posa lo sguardo

La guerra comincia dalle parole

Rendere accettabile ciò che fino a ieri era impensabile è il primo passo per trasformarlo in realtà. Per spezzare questo meccanismo occorre restituire senso alle cose che diciamo e riscoprire il valore del rispetto, della fiducia e dello stare insieme
Foto: Foto di Belinda Fewings/Unsplash

La guerra, le ostilità, non nascono sui campi di battaglia o nel cielo dei droni, ma tra le pagine del vocabolario. Lo schema è quasi sempre lo stesso: si infiamma un clima di rabbia e scontento con un concetto ostico, se non riprovevole, per vedere l’effetto che fa, sperando che si allarghi come i cerchi d’acqua attorno a un sasso nello stagno. Alla peggio, si smussano le spigolosità più taglienti, in modo che l’indigesto risulti tollerabile. Così, invece di deportazione, che evoca passati sinistri, si parla di remigrazione. O, per giustificare il concetto di minoranze da osteggiare, si chiede soccorso alle statistiche, fingendo di ignorare le discriminazioni dietro a tante storie di diversità. Poi, una volta rese accettabili certe parole, certi discorsi, si costruiscono intorno narrazioni a senso unico. A quel punto, se un termine fino a ieri rifiutato entrerà nel dibattito pubblico, l’obiettivo sarà raggiunto, perché considerarlo “normale” vuol dire mettere le basi per realizzarlo. Succede come nei sogni, e gli incubi sono fatti della stessa materia: immaginare una realtà che non esiste è il primo passo per costruirla. Senza andare troppo lontano, basterà guardare a come oggi si parli tranquillamente di attacchi nucleari, mentre fino a poco tempo fa anche solo pensarli pareva una bestemmia.

Naturalmente, da questo circolo vizioso si può uscire. Possiamo farlo anche noi, gente comune, invertendo almeno nel piccolo l’andamento della ruota dei giorni. Se è vero che siamo quello che diciamo, il nostro servizio alla verità sarà allora restituire alle parole il loro significato. La cattiveria, per esempio, è sempre negativa, anche quando viene citata nel gergo sportivo come un surplus vincente di agonismo. Al contrario, solidarietà e accoglienza, pur da calibrare alle singole situazioni, rimandano comunque ad azioni positive, di tutela degli esseri umani. E consola sapere che l’Enciclopedia Treccani ha scelto come parole simbolo degli ultimi anni, che riassumono lo spirito del tempo, “rispetto” e “fiducia”. Ingredienti alla base di una società che crede nelle relazioni. Si deve cioè guardare all’altro come a un alleato nella realizzazione di una comunità più unita, col desiderio di creare legami solidi. La risposta alle divisioni, figlie di solitudine e paura, sta dunque in un piccolo avverbio, da recuperare alla sua importanza, che indica collaborazione fino alla fratellanza: quell’avverbio è “insieme”. Perché la rabbia si vince incontrandosi, dialogando senza ostilità, stando insieme.

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