«Fai la top five dei tuoi fallimenti, ci metti sotto una canzone triste ma ironica e la gente mette il cuoricino». Lei, sedici anni, mi descrive così un trend che circola sui social. Si posta un fallimento – un’interrogazione andata male, una storia finita, una gara persa – montato in modo da renderlo leggero, quasi un trofeo capovolto. Penso al Museum of Failure di Helsingborg, in Svezia, un museo che espone i prodotti falliti delle aziende, ciascuno accompagnato da una scheda esplicativa. O alle Fuck Up Nights, brevi racconti pubblici di fallimenti, con la lezione appresa come finale. Quindi fallire in pubblico sembra diventato possibile, non più qualcosa da nascondere.
Chiedo al gruppo cosa renda un fallimento postabile. Le risposte si accumulano in fretta. Serve un finale, anche solo accennato: «Se non si vede che poi ti sei ripreso, non lo posti». Deve restare leggero: «Una cosa che fa stare male a guardarla, no». Deve avere un prima e un dopo riconoscibili in pochi secondi. Soprattutto, deve restare sotto controllo: la bocciatura raccontata da chi sta già recuperando, la rottura narrata da chi è già altrove. Un ragazzo aggiunge un dettaglio: chi posta i fallimenti più disinvolti, di solito, è anche chi se li può permettere – chi ha già un buon voto in tasca, una famiglia che non gliene farà una colpa. Quello che fa ancora male resta fuori dall’inquadratura.
Lo capisco – “perché umiliarsi?” – anche se un po’ offusca quell’aria liberatoria che sembrava caratterizzare il discorso pubblico sul fallimento negli ultimi anni: lo si espone, sì, ma solo da una posizione già al sicuro, con una distanza sufficiente a trasformarlo in racconto. Non è diverso da chi sale su un palco a raccontare i propri fallimenti professionali quando ormai è già altrove.
Ne riparlo con la prima ragazza, le chiedo se posterebbe davvero qualsiasi fallimento. Ci pensa un attimo, poi traccia lei stessa il confine: «Sul fatto che ho toppato un’interrogazione ci scherzo, lo posto pure. Ma se dovessi scrivere che mi sento una fallita, non lo farei mai». Sembra una differenza grammaticale prima che psicologica: fallire è un verbo, ha un episodio e una causa, regge l’ironia perché resta fuori da te. Sentirsi un fallito è un’identità, non un evento: non racconta cosa è successo ma cosa sei diventato, e su questo l’ironia non regge più.
Lei ha ragione, tutti gli appellativi attribuiti all’adolescenza sono un errore, perché quella è l’età in cui si cambia, non ha senso incollarsi addosso etichette. Fallire tutti, fallito nessuno.
