OPINIONE

Disarmare il mondo per custodire la casa comune

Guerra, crisi climatica e disuguaglianze sono aspetti di un’unica emergenza globale. Nel messaggio per il Tempo del creato 2026, Leone XIV richiama la necessità di una conversione personale e comunitaria
Foto: Farhad Babaei / Laif / Contrasto

Era il 2014 quando papa Francesco coniò l’espressione “Terza guerra mondiale a pezzi”, una condizione che caratterizza le relazioni sempre più tese e belligeranti tra Stati, che mette inevitabilmente in discussione la necessità e l’urgenza di trovare soluzioni pacifiche per vivere in equilibrio tra popoli, in armonia con la casa comune. Nel 2026, in un tempo segnato da instabilità e polarizzazione politica e ideologica, questa lucida analisi allude a scenari sempre più cupi, in una inarrestabile corsa globale agli armamenti. Se si considera, inoltre, l’appello accorato espresso nell’enciclica Laudato si’ alla responsabilità e alla cura della casa comune, minacciata non da «due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (n. 139), emerge con chiarezza la complessità dei tempi che stiamo attraversando.

Proprio questa diagnosi del nostro tempo, caratterizzato da un intensificarsi della crisi ecologica – che si esprime negli effetti sempre più pervasivi dei cambiamenti climatici, così come nella drammatica perdita di biodiversità dei nostri ecosistemi –, da un inasprirsi delle disuguaglianze sociali ed economiche, tanto a livello globale quanto locale, e da una radicalizzazione nelle posizioni politiche che si traducono in una drammatica instabilità nelle relazioni internazionali e una preoccupante corsa globale agli armamenti, porta sempre più studiosi a parlare di “policrisi”. Crisi interconnesse, che si rafforzano e inaspriscono a vicenda, in un circolo vizioso di autodistruzione e irresponsabilità di fronte alla sofferenza della casa comune e della famiglia umana.

Un circolo vizioso che sembra sempre più abituarci all’idea di conflittualità crescente e all’idea che la pace sia finita. Papa Francesco ricordava che «la guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli» (Laudato si’, n. 57), effetti devastanti sull’ambiente che sono spesso trascurati dalla comunità internazionale. Serve, dunque, allargare lo sguardo, perché «la mancanza di orizzonti in grado di farci convergere in unità, perché in ogni guerra ciò che risulta distrutto è lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana» (Fratelli tutti, n. 26). È un invito «al multilateralismo per risolvere i veri problemi dell’umanità, cercando soprattutto il rispetto della dignità delle persone in modo che l’etica prevalga sugli interessi locali o contingenti» (Laudate Deum, n. 39). Anche Leone XIV sollecita una responsabilità che sappia riconoscere che «la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità» (Magnifica humanitas, n. 205).

La pace passa dalla conversione ecologica

Per il 1° settembre 2026, Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato ed inizio del Tempo del creato, il Pontefice ha scelto il riferimento al profeta Isaia (2,4) «Forgeranno le spade in vomeri e le loro lance in falci», in cui si sottolinea il legame tra conflitti armati e deterioramento dell’ambiente, auspicando una pace disarmata e disarmante, che privilegi lo sviluppo e la sostenibilità, abbandonando la violenza e la distruzione. Si richiede, quindi, una conversione spirituale, personale e comunitaria, per custodire la dignità della persona umana e aver cura della nostra casa comune e di tutte le creature, generando un dinamismo di cambiamento duraturo nelle relazioni e nelle scelte che determinano il nostro comportamento.

In questa prospettiva Leone XIV ha rilanciato l’importanza della dottrina sociale della Chiesa, quale «realtà viva, in dialogo con la storia, le culture e le scienze, e nello stesso tempo custodisce un nucleo di verità che non tramonta» (Magnifica humanitas, n. 46).

Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse e non si possono separare in modo da essere trattate singolarmente. Queste tre dimensioni costituiscono anche uno degli ambiti fondamentali del movimento ecumenico, volto a legare indissolubilmente i diritti umani, la risoluzione dei conflitti e la cura dell’ambiente.

«In un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace» (In unitate fidei, n. 12). Ecco, dunque, che il Tempo del creato (1° settembre – 4 ottobre) di quest’anno propone di lavorare insieme per la salvaguardia dell’ambiente e il rinnovamento del pianeta, illuminati dalla visione biblica di speranza e guarigione ecologica descritta nel libro di Ezechiele (47:1-12): un fiume che scorre dal tempio di Dio, che cresce senza sosta e porta vita dove tutto sembrava sterile. Sui temi dell’accesso alle risorse naturali, della biodiversità e della convivenza pacifica possiamo inoltre cercare il dialogo e la cooperazione con tutti gli uomini e le donne, consapevoli del fatto che molte persone di altre fedi e ideologie condividono con noi queste preoccupazioni.

* Caterina Bracchi, area Governance e responsabilità sociale Alta scuola per l’ambiente (Asa) Università Cattolica del Sacro Cuore e Caterina Calabria, area Custodia del creato (Asa)

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