«No, non la chiamo l’ambulanza».
«Come non la chiami? Se assisti a un incidente non la chiami?!».
«No, sono solo rogne».
Il dialogo agghiacciante avviene durante un laboratorio, in classe, con ragazzi di 17 anni. In un percorso sulla legalità ho pensato di ragionare insieme sui confini fra legale e illegale, spesso misconosciuti – non solo dagli adolescenti – ma anche su come chiedere aiuto. Perché nessuno te lo insegna, e anche questa è un’abilità da apprendere. Condividiamo le informazioni sui numeri di telefono da contattare, su come chiedere aiuto su un mezzo pubblico – guardando negli occhi una persona vicina e chiedendole «aiutami!», non gridando genericamente «aiuto» – su come muoversi per strada sentendosi sicuri, soprattutto sicure.
Poi arriva quel dialogo. Chiedo cosa farebbero se assistessero a un incendio nel palazzo di fronte, e poi faccio il caso dell’incidente in strada, di fronte a loro, scommettendo su un istinto primordiale al salvataggio. Per me è come il soccorso in mare: se vedi uno affogare non ti chiedi chi sia, cosa faccia nella vita e a quali domande dovrai rispondere negli accertamenti successivi, ti tuffi e basta.
Invece no, sono tutti titubanti in classe e il leader mi fa capire che la sua filosofia è quella: “non mettersi in mezzo”. E nessuno obietta. Cerca di giustificare la risposta sostenendo che spesso è inutile, perché le ambulanze sono lente, dicendo: «Se vedo una testa spaccata so già che non serve chiamare». Gli faccio notare che lui non ha gli strumenti per sapere le condizioni dell’incidentato, ma a colpirmi è l’espressione usata, “testa spaccata”, pronunciata quasi senza pensarci.
Faccio capire che le vite si salvano, punto, e che la fortuna di avere oggi un telefono in tasca è che tutti possiamo aiutare tutti, un tempo era assai più complicato. Tiro un sospiro di sollievo quando un ragazzo ricorda che esiste anche il reato di omissione di soccorso, e poi mi resta la sensazione di una certa spavalderia in quel dialogo, di un atteggiamento sfrontato e provocatorio, come di chi vuol mostrarsi più grande, parte di un gioco che non è fra la casa e la scuola, ma fra la vita e la morte.
In un’altra classe avviene lo stesso, sugli stessi esempi: insomma, non è stato un caso. Parlandone con educatrici e dirigente apprendo di vite complicate alle spalle, di famiglie in difficoltà e di genitori in carcere. La lezione della vita che sta passando è quella, ognuno per sé, ci si salva da soli, magari col coltello in tasca. Sono 18 in classe, 18 persone sole: e se ripartissimo da lì, dal fare della classe il laboratorio di un mondo solidale?
