Dove si posa lo sguardo

Brevettare sé stessi

Nel tempo dell’intelligenza artificiale si cerca di difendere voce e immagine dalla loro copia digitale, ma la vera unicità non è replicabile né registrabile: sta nelle fragilità, nelle relazioni e nel modo umano di attraversare errori e cadute

A limitarsi al titolo, verrebbe quasi da ridere: «Taylor Swift brevetta sé stessa». Invece la notizia è serissima. Come già altri artisti prima di lei, la cantante più ricca del mondo ha deciso di blindare voce e immagine contro ogni possibile riproduzione truffaldina. Troppi i falsi video che la ritraggono, gli spot che promuovono a suo nome iniziative di cui non sa nulla, i discorsi mai pronunciati che circolano sui social. In una parola: troppa l’intelligenza artificiale che la sostituisce, troppe le false Taylor in rete, e troppo verosimili. Ma può bastare affidarsi a una legge per tutelare la differenza tra “naturale” e “costruito”, tra “umano” e “generato da un bot”? La domanda è in qualche modo filosofica, costringe ad andare alla radice di quel che siamo, ci invita a ragionare su ciò che rende ciascuno di noi unico e irripetibile. E, prima ancora, spinge la mente e il cuore a indagare la distanza tra il vero e ciò che gli somiglia. Proprio perché capace di prendere il nostro posto quasi in tutto, l’AI diventa così un richiamo all’autenticità, alla necessità di togliere la maschera con cui spesso ci presentiamo agli altri.
E la nostra personalissima impronta sul mondo sta tutta in un piccolo bagaglio di cose senza prezzo, introvabili sul mercato. Sono le relazioni cuore a cuore, le emozioni legate ai ricordi, le risate fino alle lacrime, la sofferenza condivisa, i tradimenti, le colpe. L’intelligenza artificiale, invece, non sbaglia mai, azzecca sempre la frase giusta, ha una risposta adeguata a ogni interrogativo. Però non sa correggere gli errori, non può aggiustare il passato, non ha occhi per guardarti dentro quando chiedi scusa. Non sa perdonare. Paradossalmente, proprio mentre chiediamo a un algoritmo di presentarci migliori di quel che siamo, ci rendiamo conto che sono le nostre imperfezioni a definirci, sono i difetti, le mancanze involontarie, le fragilità. Brevettare significa proteggere legalmente un’idea, un’invenzione, impedendo ad altri di copiarle e sfruttarne l’uso. Si tratta allora di capire se nella nostra vita c’è qualcosa di così originale da creare invidia o voglia di emulazione. La risposta è sì ma solo se concentriamo il nostro sguardo, anziché sulle vittorie, sulle sconfitte. Perché più ancora dei successi a renderci speciali è il modo con cui reagiamo ai fallimenti, è il coraggio di rialzarsi dopo una caduta, è la forza di ricominciare. Siamo unici nell’imperfezione e il solo brevetto di cui abbiamo bisogno è la capacità di restare umani.