I divenenti

Dove sono finite le parole?

C’è una crescente povertà nell’uso del lessico tra studenti universitari e liceali: si studia senza libri, senza confronto e spesso senza scrivere o parlare davvero. Viene meno l’abitudine ad argomentare, esprimere opinioni e costruire un pensiero critico

Un po’ te lo domandi: ma dove sono finite le parole, a scuola e in università? Chi ha dimestichezza con i ventenni di oggi, può risultare spiazzato dalla mancanza di competenze che avrebbe dato per scontate, soprattutto a fronte di un’istruzione liceale e universitaria, anche senza incidenti di percorso. Se invece avete figli più piccoli, preparatevi: si può transitare da un liceo senza aver mai toccato un computer, arrangiandosi col cellulare e senza saper usare un’e-mail, ma si può arrivare anche alla tesi universitaria in triennale senza aver mai letto un libro, parlato a un professore, scritto un testo al computer. Il trucco diabolico è il seguente: i libri stanno sparendo dall’università, si studia sugli appunti del professore, presi a lezione o acquisiti; gran parte degli esami, se non la totalità, sono scritti, con test a crocette e, a volte – ma solo a volte -, qualche campo libero, dove poter spiegare i concetti; le interazioni in aula sono ridotte al minimo, quindi di solito parla il docente, che non dialoga con studenti e studentesse. Quindi ti puoi laureare in alcune facoltà senza aver mai parlato a un docente, scritto un testo, letto un libro.

Quindi, dove sono finite le parole? Le parole ci sono, ma non sono mai quelle di studenti e studentesse, e la tesi di laurea è un riscatto solo parziale, perché la scrittura accademica ha sempre chiesto di omaggiare le fonti, prima di tutto, e temo che oggi sia abbondantemente affidata all’intelligenza artificiale, in stesura o revisione. Se unisco questo dato allo scarso uso degli strumenti di democrazia scolastica e universitaria – le assemblee, per intenderci – emerge la perdita di abitudine a dire la propria, ad argomentare, a ragionare insieme, a prendere decisioni con altri. Di fatto manca un “discorso studentesco”, non sappiamo cosa pensino del mondo, perché non hanno avuto modo di coltivare una forma dialettica di pensiero.

Spesso sintetizzo questo esito con la mancanza di un “noi”, ovvero di una dimensione politica, di un confronto fra idee che sfoci in azione, forte di una compattezza raggiunta attraverso pensieri condivisi. Ma anche l’”io”, reso muto fino ai 20 anni e oltre, perde pezzi. Fate un semplice test, chiedete a un ragazzo quante volte ha usato incipit riflessivi – “io penso”, “io credo”, “la mia idea è” – a scuola e in università, perché gli veniva chiesto di esporsi così, e scoprirete che spazio ha avuto di costruirsi un io.