Editoriale

Nei tempi bui, uscire allo scoperto

Nei periodi storici difficili, la tentazione, come già scriveva Hannah Arendt, è chiudersi nel privato per difendersi dall’incertezza. L’editoriale di aprile invita a riscoprire un’idea autentica di humanitas: esporsi, condividere responsabilità e cercare il bene comune attraverso il dialogo
Hannah Arendt nel suo appartamento a Manhattan nel 1972 – Foto The New York Times/Contrasto

In un suo famoso discorso, Hannah Arendt osservava che ci sono periodi «in cui lo spazio pubblico si oscura e il mondo diventa così incerto che le persone non chiedono più alla politica se non di preservare la dovuta attenzione ai loro interessi vitali e alla loro libertà privata».

Nei tempi bui della storia la tentazione è quella di rifugiarsi nel calore rassicurante di una cerchia ristretta che offra la garanzia di un’intesa immediata: la stessa origine, gli stessi valori, lo stesso destino. Questa solidarietà chiusa può anche dare conforto, ma resta pur sempre una prigione che priva l’uomo di un reale rapporto con il mondo.

Al contrario, l’humanitas, nella sua accezione classica, implica un’esposizione personale: il singolo si rende disponibile a condividere la responsabilità per il bene comune. La salvezza, in questo caso, non viene cercata rifugiandosi nel privato, ma impegnandosi nel dialogo con l’altro, dando forma al mondo attraverso il confronto. Si tratta di una concezione politica e non meramente sentimentale dell’amicizia tra gli uomini.

Queste riflessioni, che risalgono ormai a un passato lontano, sono oggi particolarmente attuali. Non mancano i motivi che inducono a guardare con scoraggiamento, e persino con angoscia, alla sfera pubblica: l’incubo della guerra, innanzitutto, il discredito del diritto, la recessione economica, gli sconvolgimenti della natura, l’inestricabile confusione di verità e menzogna. A questi si aggiungono gli affanni personali. La tentazione diffusa è erigere barriere, interiori ed esteriori, che mettano al riparo da ogni possibile minaccia.

I mali sono, né più né meno, quelli evocati dall’Apocalisse nella grande visione del capitolo sesto, quando l’Agnello apre i sette sigilli del libro che svela il senso della storia umana. L’esito, tuttavia, non è disperante perché «la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (7,10). Forti di questa certezza, i martiri sono chiamati ad attendere che si completi «il numero dei loro compagni» (6,11) e il discepolo a «profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re» (10,11). Mai, insomma, è prevista una redenzione esclusivamente individuale.

Nei tempi bui in cui viviamo non è consentito, quindi, abbandonarsi alla paura e allo sconforto. Il tempo pasquale ci radica nella pace di Gesù risorto che ripete ai discepoli spaventati: «Pace a voi!». La forza di questo saluto spalanca le porte e i muri dietro i quali ci ostiniamo a difenderci. Quanto più le situazioni diventano drammatiche, tanto più sarà necessario che, come cristiani, troviamo il coraggio di uscire allo scoperto, custodendo per tutti la fiducia nel bene e la volontà di cercarlo insieme.

Da Il Segno di aprile