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Milano e la cultura, patrimonio per tutti?

Negli ultimi anni in città sono aumentati gli ingressi nei musei e le vendite di libri. E non mancano eventi diffusi che portano teatro e musica nei quartieri più periferici. Ma occorre evitare che il business diventi l’unico criterio
Un evento di PianoCity, il festival diffuso che porta la musica in tutti i luoghi di Milano (foto Creg production)

Negli ultimi anni Milano ha rafforzato la propria immagine internazionale, confermandosi non solo come centro economico e finanziario, ma anche come importante motore culturale del Paese. I dati dell’Osservatorio dell’Associazione italiana editori mostrano la portata di questo fenomeno: nel 2024 la spesa per la cultura ha raggiunto 542,2 milioni di euro, pari al 13% di quella nazionale, pur rappresentando i milanesi appena il 2,3% della popolazione italiana. In città si svolgono in media circa 100 eventi culturali al giorno, con quasi 20 milioni di utenti complessivi. Musei e libri sono tra i settori più dinamici: gli ingressi ai musei hanno superato i 5,9 milioni (+6,1%), mentre il sistema bibliotecario conta quasi 90.000 utenti, con una crescita significativa tra i giovani sotto i 18 anni (+20%). Anche il mercato librario è in espansione, con oltre 8 milioni di copie vendute nel 2024.

Resta però aperta la questione della reale diffusione di questi consumi culturali. Secondo Luca Monti, dell’Università Cattolica, Milano ha storicamente livelli di partecipazione più alti rispetto ad altre città italiane grazie alla forte concentrazione di cittadini con elevati interessi culturali. Ciò non significa che tutta la popolazione partecipi allo stesso modo, ma una proposta ampia e diversificata resta preferibile al rischio di un impoverimento culturale e sociale. Per la regista Andrée Ruth Shammah il nodo principale non è l’accessibilità economica, bensì quello educativo: in Italia la frequentazione di teatri e attività culturali non è ancora percepita come un’abitudine diffusa, soprattutto nelle famiglie.

Questa vitalità culturale affonda le radici nella storia civica milanese, segnata da una tradizione di responsabilità sociale e mecenatismo. La città ha sviluppato nel tempo una forte identità teatrale e una rete molto ampia di sale e istituzioni culturali, spesso sostenute anche da risorse private. Tuttavia, secondo Shammah, la politica dedica ancora poca attenzione al teatro, nonostante la grande partecipazione del pubblico.

Negli ultimi anni la cultura milanese si è diffusa sempre più anche nei quartieri. Oltre ai tanti “fiori all’occhiello”, citiamo l’esperienza di Soul Festival (quest’anno dal 18 al 22 marzo), giunto alla terza edizione: monsignor Luca Bressan sottolinea, nella sua intervista a “Il Segno”, l’importanza di animare le periferie. Anche festival come BookCity e PianoCity portano i libri e la musica fuori dai luoghi tradizionali, coinvolgendo cortili, case private e spazi urbani. Iniziative simili animano anche il Fuorisalone e numerose attività spontanee nei quartieri popolari. Questo approccio è stato rafforzato dal programma “Milano è viva”, che sostiene eventi culturali nelle periferie secondo il modello della “città dei 15 minuti”, con l’obiettivo di superare la divisione tra centro e periferia.

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