Opinione del mese

Referendum: le ragioni di un sì o di un no

22 e 23 marzo: italiani alle urne per il referendum sulla riforma della magistratura. Il Segno presenta le ragioni per il “sì” (Valentina Alberta, avvocata penalista) e per il “no” (Ilaria Gentile, magistrato)
Foto Giuseppe Gerbasi-Contrasto

Con il “Sì” i giudici saranno davvero indipendenti

di Valentina Alberta, avvocata penalista, già presidente della Camera penale di Milano

Il 22 e 23 marzo si voterà per il referendum sulla legge di revisione costituzionale di riforma della magistratura. Voterò sì, perché la separazione delle carriere è l’inevitabile sviluppo della scelta di un processo penale accusatorio e del principio di terzietà del giudice, tanto che l’Italia è l’unico Paese moderno che ancora non ce l’ha.
Il referendum non deve spaventare (non è la prima volta che viene modificata la Costituzione) e riguarda tutti noi, perché chiunque può trovarsi nel ruolo dell’imputato. E nel processo penale, nell’interesse dell’imputato, il giudice deve essere equidistante rispetto alle parti, quella pubblica rappresentata dal pubblico ministero e quella privata rappresentata dal difensore dell’accusato. La colleganza tra magistrati requirenti e giudicanti ha due effetti: pone le tesi del pubblico ministero su di un piano di vantaggio per l’inevitabile rapporto di fiducia tra magistrati che condividono concorso, formazione, organizzazione; inoltre, mette il pubblico ministero su di un piano di vicinanza di funzione con il giudice, facendo apparire anche all’opinione pubblica la tesi del pubblico ministero come verità, che si forma invece solo davanti al giudice. Anche l’eccessiva attenzione dei media verso le indagini preliminari, spesso legata alla erronea idea che il pubblico ministero sia un quasi giudice, è legata all’attuale assetto, che va cambiato. La sfida è di rendere il giudice più
terzo e quindi più indipendente dalle influenze del pubblico ministero. Non basta la separazione delle funzioni, ottenuta dopo tanti anni, nonostante l’opposizione della magistratura; oggi serve che ci siano due organizzazioni distinte, perché altrimenti ci sarà sempre una commistione di interessi e una reciproca influenza nei percorsi di carriera. Il nuovo assetto prevede dunque due Consigli della magistratura (Csm) separati, nei quali si garantisce il principio di autonomia e indipendenza dalla politica, che la Costituzione (art. 104) ribadisce, attraverso la maggioranza dei due terzi di magistrati. I componenti di questi organi verranno nominati tramite il sorteggio, per garantire anche l’indipendenza interna rispetto al fenomeno del correntismo, noto da sempre ma emerso con lo scandalo Palamara. Questa modifica renderà i membri del Csm molto più impermeabili rispetto alle pressioni interne ed esterne. Va detto che il Csm non è come il Parlamento, non rappresenta i magistrati, ma è semplicemente l’organo costituzionale che li organizza e ne tutela l’autonomia e l’indipendenza. Non ci sono quindi problemi ad adottare questo nuovo metodo, che peraltro era stato accolto con favore anche da una parte significativa dei magistrati (nel 2022 in una consultazione interna era stato gradito dal 42% dei votanti) e che fa sì che tutti i singoli magistrati (soggetti qualificatissimi che possono irrogare pesanti condanne o decidere di cause milionarie) si sentano responsabili dell’organizzazione nell’interesse collettivo per il prestigio della magistratura.
Viene poi modificato il giudizio disciplinare attraverso l’istituzione dell’Alta Corte, un nuovo organismo autonomo rispetto ai Csm e composto in modo equilibrato, con la maggioranza di magistrati. Il miglioramento del giudizio disciplinare e una più intensa responsabilizzazione dei magistrati sono certamente obiettivi che non possono suscitare preoccupazioni. Questo è il contenuto tecnico della riforma. Le interpretazioni e le paure, invece, che derivano dalla politicizzazione che ne è stata fatta, non dovrebbero trovare spazio, poiché questa storica riforma varrà per tutti i cittadini e tutti i governi che verranno.

Con il “No” si difende l’indipendenza dei poteri dello Stato

di Ilaria Gentile, magistrato, componente del comitato GiustoDireNo

Dopo avere letto le norme della riforma Nordio, ho deciso di impegnarmi per informare i cittadini sui contenuti di questa riforma, che modifica ben sette articoli della nostra Costituzione e, sotto l’innocuo nome di “separazione delle carriere”, in realtà mette a rischio il principio della separazione dei poteri, su cui si fonda lo Stato di diritto e, in definitiva, la democrazia pluralista disegnata dai padri e dalle madri costituenti. I costituenti avevano bene in mente gli scempi compiuti dal regime fascista e quindi hanno voluto che il potere giudiziario (uno dei tre poteri dello Stato) fosse separato dagli altri due (Governo e Parlamento), facenti capo alla maggioranza politica del momento, così da svolgere realmente la funzione di garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini. I costituenti hanno pensato che questa funzione di garanzia dovesse essere svolta da un ordine giudiziario unitario, la magistratura, fatto di giudici e pubblici ministeri (Pm), autonomo e indipendente dal potere politico. Per assicurare questa indipendenza, i costituenti hanno previsto che l’intera vita professionale del magistrato fosse regolata dal Consiglio superiore della magistratura, o Csm (e non più dal Ministero della di giustizia, come era prima), presieduto dal Presidente della Repubblica, composto per 2/3 da persone elette dai magistrati e per 1/3 dal Parlamento: un organo autorevole, rappresentativo e non autoreferenziale.
Questo sistema è scardinato completamente dalla riforma Nordio, che divide il Csm in due (quello dei giudici e quello dei Pm) e trasferisce il compito disciplinare ad un terzo organo: l’Alta Corte, triplicando spese e poltrone. Tutto questo mentre si negano risorse al sistema giudiziario che, anche per questo motivo, è tra i più lenti d’Europa.
In questi tre nuovi enti la componente dei magistrati è selezionata con sorteggio puro tra tutti i magistrati (solo tra quelli di Cassazione per l’Alta Corte), mentre la componente politica è sorteggiata da un elenco di persone formato dalla maggioranza parlamentare: si tratta quindi di un finto sorteggio. I magistrati sorteggiati non saranno rappresentanti della categoria, ma monadi disorganizzate prive di autorevolezza a fronte della componente organizzata prescelta dalla maggioranza, che quindi avrà più peso nell’orientare le decisioni. Il sorteggio non solo non risolve per nulla il problema delle cosiddette “derive” dei gruppi associativi dentro il Csm, ma lo aggraverà, aggiungendo le interferenze della quota politica. Infine, l’Alta Corte è un giudice speciale per il disciplinare dei magistrati, senza possibilità di ricorso in Cassazione contro le sue decisioni, in violazione di ben due norme della Costituzione. La riforma non dice come saranno formati i “collegi” dell’Alta Corte che giudicheranno i magistrati, lasciando carta bianca ai politici: nessuno potrà impedire che prima o poi la maggioranza approfitti di questo enorme potere. Ora, se i politici hanno il controllo diretto o indiretto sul disciplinare dei giudici, la legge non è più eguale per tutti e questo non solo nei processi penali, ma anche in quelli civili, nei casi in cui il cittadino
ha di fronte un potere forte, economico e/o politico, che potrà fare pressioni sul giudice, minacciando esposti o promettendo promozioni al giudice, mostrando, o anche solo millantando, aderenze con la componente politica dell’Alta Corte.
Insomma «quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra», come affermato da un Padre costituente.
Per questo dobbiamo votare no (è un referendum senza quorum, in cui il voto di ciascuno conta) per lasciare a figli e nipoti una democrazia munita di un sistema giudiziario in grado di garantire per davvero i diritti e le libertà dei cittadini, anche di quelli più fragili e indifesi.

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