Sempre più persone in questi anni hanno scoperto, come un tesoro prezioso, il diario di Etty Hillesum e hanno tratto giovamento dalle sue pagine.
Di fronte alla violenza del nazismo, questa giovane ragazza ebrea è riuscita a custodire un senso spiccato per il bene della vita, la sua bellezza, l’amore sempre possibile. A quanti la circondavano rimproverava di abbandonarsi ad atteggiamenti vittimistici oscillanti tra la disperazione e il rancore. Nel contesto di allora, intuendo con lucida esattezza i segni di un crollo imminente, Etty sentiva che l’odio e la lamentela non facevano che accelerare la fine. Per questo, alle logiche distruttive cercò di sostituire un impegno costruttivo per migliorare sé stessa e l’angolo di mondo che le era toccato in sorte.
Questi suoi pensieri mi sono tornati in mente mentre ascoltavo il discorso che l’Arcivescovo ha rivolto alla città di Milano in occasione della festa di sant’Ambrogio. I sintomi del male sociale che Mario Delpini ha enumerato sono naturalmente molto diversi da quelli dei tempi di Etty. Eppure, anche noi percepiamo la minaccia di un crollo complessivo e l’impressione che il bene comune sia trascurato in nome di un’affannosa, stolta ricerca di salvezza per sé.
Nel suo diario, Etty scriveva: «Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio». L’attaccamento alla vita si trasforma in attaccamento alle cose, a qualunque costo. È un comportamento che, osservato a distanza di decenni, rivela tutta la sua tragica miopia. Ma, per parte nostra, dovremmo riconoscervi la parabola che condanna anche il nostro modo di fare e la folle gestione delle nostre priorità.
La furbizia meschina che cerca di accaparrarsi un po’ di benessere, magari sottraendolo agli altri, non ottiene proprio nulla. Semmai, trasforma noi stessi in «semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze».
L’alternativa non è una qualche forma di intimismo o la fuga in un’ingenua fantasticheria. Si tratta, piuttosto, della disponibilità reale a “farsi avanti” – direbbe l’Arcivescovo – e ad aiutare dove e quando serve. «Lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca. Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento», affermava con coraggio Etty.
Questo suo proposito, a un passo dalla morte, fa impallidire i buoni propositi che siamo soliti fare all’inizio di ogni nuovo anno. E, d’altra parte, orienta il nostro sguardo sul presente: ciascuno di noi può farsi parte attiva, smettere di sottrarre risorse e fiducia, e contribuire alla costruzione della casa comune.
