L’Opinione

Israele al bivio, il voto dopo il 7 ottobre

Netanyahu cerca di restare al potere, Eisenkot prova a costruire un’alternativa. Ma a decidere il futuro della Knesset potrebbero essere i partiti minori, mentre Gaza e Cisgiordania restano le grandi questioni senza risposta. Ne parla nel numero di ottobre del mensile diocesano
Foto The New York Times / Contrasto

Il 27 ottobre Israele torna alle urne. Non sarà un’elezione come le altre. Dopo il trauma del 7 ottobre 2023 e tre anni di guerra, gli israeliani sono chiamati a giudicare anche chi ha guidato il Paese in questo tempo decisamente drammatico. Benjamin Netanyahu, ancora una volta, è al centro della scena. La domanda è se riuscirà a conservare il potere oppure se il voto aprirà una nuova stagione politica.

Il suo principale avversario è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, oggi leader di Yashar (il nome in ebraico significa “ciò che è giusto”). La sua candidatura dice qualcosa del Paese: anche l’alternativa a Netanyahu viene da un uomo che conosce bene l’esercito e il tema della sicurezza. È difficile, del resto, immaginare oggi una campagna elettorale israeliana nella quale la sicurezza non sia al primo posto.

Ma questa volta sul tavolo c’è di più, molto di più. C’è la responsabilità politica per quanto accaduto il 7 ottobre, l’uccisione di 1.200 persone, la conduzione della guerra, la sorte degli ostaggi rapiti da Hamas, il rapporto con gli alleati, il futuro di Gaza. Ma anche la guerra sul fronte libanese, l’attacco all’Iran… Per Netanyahu il voto assume, inevitabilmente, il carattere di un referendum sulle sue scelte e il suo operato, anche se nessuno può sapere se il malcontento nei confronti del premier sarà sufficiente a produrre un cambio di governo.

I sondaggi indicano un testa a testa tra Yashar e Likud (il partito del premier), ma nessuno dei due schieramenti sembra in grado di arrivare da solo ai 61 seggi necessari per governare. Potrebbero dunque essere i partiti minori a decidere il risultato, in particolare quelli arabi.

Gli arabi israeliani sono circa un quinto della popolazione, ma votano meno della media nazionale. Alle ultime elezioni l’affluenza è stata del 53 per cento. L’opposizione sta cercando di convincerli a tornare alle urne in massa, perché qualche seggio in più potrebbe modificare gli equilibri della Knesset (il Parlamento, che conta 120 seggi) e rendere più difficile una maggioranza per la destra.

Non è però scontato che questo appello venga raccolto. Una parte significativa degli arabi israeliani guarda con diffidenza a un sistema politico nel quale, soprattutto dopo il 7 ottobre, i partiti arabi sono considerati interlocutori non accettabili per un governo. E tuttavia proprio qui si registra uno dei segnali più interessanti di questa campagna.

Yoav Segalovitz, ebreo, sionista, laico, già alto funzionario della polizia e parlamentare di Yesh Atid (il partito centrista di Yair Lapid), ha scelto di candidarsi con il partito arabo Ra’am guidato da Mansour Abbas. Una decisione insolita, che lui stesso presenta come un tentativo di rompere la crescente separazione fra cittadini ebrei e arabi. «Siamo entrambi israeliani», è il senso della sua scelta. Non vuol dire cancellare le differenze, né la storia dolorosa che separa le due comunità. Significa affermare che esiste una cittadinanza condivisa. È un piccolo segnale in un Paese nel quale la guerra ha accentuato le divisioni.

Gaza, con le sue oltre 73 mila vittime e 150 mila feriti, rimane la questione più dolorosa. Secondo le stime disponibili, più di 58 mila bambini nella Striscia hanno perso uno o entrambi i genitori; almeno 17 mila sono classificati da Unicef come non accompagnati o separati dalle proprie famiglie. Gaza è devastata, la popolazione civile vive una situazione umanitaria disperata e il futuro politico del territorio resta incerto. Qualunque sia il governo che uscirà dalle urne, dovrà misurarsi con una domanda alla quale finora (men che meno dal Board of Peace voluto da Donald Trump) non è stata data una risposta convincente: che cosa viene dopo la guerra?

C’è però un’altra guerra che si consuma più lontano dai riflettori. È quella della Cisgiordania, dove negli ultimi anni l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni hanno modificato profondamente la situazione sul terreno.

Un rapporto di tre organizzazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din, Bimkom e HaMoked, denuncia il processo di annessione di fatto ottenuto attraverso insediamenti, avamposti, restrizioni alla mobilità e pressione sulle comunità palestinesi. Il documento descrive, fra gli altri, villaggi nei quali l’accesso alle terre è diventato sempre più difficile e aree progressivamente circondate da recinzioni, checkpoint e nuovi avamposti.

È il risultato di una politica nella quale la componente nazional-religiosa della destra ha assunto un peso crescente. Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze, ha indicato come principio guida quello del «massimo territorio con minima popolazione», una formula che riassume l’idea di una Cisgiordania svuotata dagli arabi e sottoposta progressivamente alla sovranità israeliana. Impedire la continuità territoriale, occupare, frammentare, significa nei fatti negare la possibilità di uno Stato palestinese.

Non tutta la popolazione d’Israele pensa allo stesso modo. Ed è questo che rende questo voto particolarmente importante. Netanyahu deve tenere insieme una coalizione nella quale i nazionalisti religiosi hanno acquisito una forza determinante, capace di condizionare ogni scelta, ma deve anche fare i conti con un’opposizione che cerca di presentarsi come alternativa di governo e con una parte dell’opinione pubblica che chiede risposte sulle responsabilità del 7 ottobre.

Il risultato delle elezioni del 27 ottobre non chiuderà nessuna delle questioni aperte. Ma dirà qualcosa sulla direzione che Israele intende prendere: se cercare una diversa gestione della sicurezza e del conflitto, oppure proseguire lungo la strada imboccata negli ultimi anni. Sullo sfondo rimarranno Gaza e la Cisgiordania, due realtà diverse, ma legate dalla stessa domanda, ancora senza risposta, sul futuro di quella terra e dei suoi abitanti.

(*) Giornalista esperto di Medio Oriente, è stato per vent’anni direttore della rivista Terrasanta. Attualmente collabora con quotidiani e periodici

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