C’era una volta l’adolescenza trasgressiva, autodistruttiva, senza freni. O almeno così era raccontata. Poi le neuroscienze ci hanno spiegato perché era così fuori controllo: il loro cervello deve ancora completare lo sviluppo e la percezione del rischio è più bassa. Ma poi ci sono cultura, mode, nuove abitudini. E improvvisamente i ragazzi e le ragazze cominciano a bere birra e gin senza alcol, si astengono dal sesso, rinunciano a fumare, vanno in palestra in massa. Non lo racconta nessuno, ma stanno cambiando abitudini. E hanno nuovi pensieri, perché la salute è diventata una delle loro principali preoccupazioni. «Stare bene» è la nuova parola d’ordine. Non per tutti, ma per molti, sempre di più. Ottima notizia.
Solo che il radar su di sé funziona in entrambe le direzioni. In un laboratorio chiedo a un gruppo di sedicenni quante ore dormono: rispondono con precisione — sette e mezza, sei e venti, otto. Non a memoria: al polso quasi tutti hanno un orologio digitale che registra in continuo sonno, frequenza cardiaca, saturazione. La tecnologia ha reso il corpo un oggetto misurabile a basso costo, e loro la usano. Matteo mi spiega che monitora la frequenza cardiaca anche durante lo studio. Gli chiedo se non sia stancante. «Però se non la controllo mi preoccupo lo stesso».
Il monitor sempre acceso non segnala solo i pericoli reali: segnala tutto, amplifica ogni variazione. E per ogni variazione c’è una risposta pronta: l’antidolorifico per il mal di testa che arriva prima ancora di aspettare, l’integratore, la capsula per dormire. Gli effetti della comune inquietudine, del senso di insoddisfazione e inadeguatezza che attraversa l’adolescenza tendono oggi a diventare un parametro da ottimizzare, quando non un sintomo da trattare. Pianeta e guerre hanno perso posizione fra i loro temi, mentre sono saliti umore, sonno, ansia.
C’è un altro esito, più silenzioso. Nelle stesse rilevazioni, quando si chiede su quali risorse si conti in caso di difficoltà, la risposta prevalente è: me stesso, le mie capacità. Le persone attorno — amici, famiglia, comunità — contano pochissimo. La concentrazione su di sé produce questo paradosso: mentre cresce la cura del proprio benessere, si erode la fiducia negli altri come risorsa possibile. La solidarietà non scompare, ma smette di essere qualcosa su cui fare affidamento. La cura di sé rischia così di diventare il suo contrario — non una risorsa, ma una fonte continua di allerta, e di solitudine.
Serve trovare un nuovo punto d’equilibrio?
