Il buco nell’ozono è uno degli esempi più significativi di successo della cooperazione ambientale internazionale. Alla fine del Novecento, il forte assottigliamento dello strato di ozono faceva temere un aumento delle radiazioni ultraviolette sulla Terra, con conseguenze gravi per la salute degli esseri umani, ma anche per gli animali, le piante e la biodiversità.
Lo strato di ozono, situato nella stratosfera a circa 40 chilometri di altezza, è infatti uno scudo naturale fondamentale: assorbe gran parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dallo spazio e protegge gli esseri viventi dai loro effetti dannosi sul Dna. Negli anni Ottanta si scoprì che il suo assottigliamento era causato soprattutto dai clorofluorocarburi, sostanze utilizzate nelle bombolette spray, nei sistemi di refrigerazione e in numerosi processi industriali. La loro stabilità, considerata inizialmente un vantaggio, permetteva di raggiungere la stratosfera, dove le radiazioni li scomponevano liberando sostanze capaci di distruggere l’ozono.
La risposta internazionale arrivò nel 1987 con il Protocollo di Montreal e con gli accordi successivi, che portarono alla progressiva eliminazione dei clorofluorocarburi e alla loro sostituzione. Grazie a queste misure, il deterioramento dello strato di ozono si è fermato e ha avuto inizio un lento processo di recupero, anche se la situazione non è ancora completamente risolta.
Il caso dell’ozono dimostra quindi che la collaborazione tra gli Stati può permettere di affrontare con successo una crisi ambientale globale.
Secondo il fisico dell’atmosfera Giacomo Gerosa, però, non è possibile applicare direttamente questo modello alla crisi climatica: ridurre le emissioni di CO₂ richiede trasformazioni molto più profonde, perché significa intervenire sulla produzione di energia e sull’intero sistema economico e produttivo mondiale. Gli interessi coinvolti sono enormi e, durante le crisi energetiche o geopolitiche, gli obiettivi ambientali rischiano di passare in secondo piano.
Anche la percezione dei due problemi è diversa: il buco nell’ozono appariva come una minaccia immediata alla salute, mentre il cambiamento climatico è più lento e difficile da percepire. I suoi effetti, inoltre, colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili, creando un problema di giustizia climatica.
Per affrontare la crisi climatica non basta quindi puntare sulle scelte individuali. I comportamenti dei cittadini sono importanti, ma servono soprattutto governi e istituzioni capaci di trasformare il sistema energetico e produttivo. La transizione ecologica deve inoltre diventare economicamente conveniente e desiderabile.
La vicenda dell’ozono lascia infine un messaggio importante: l’umanità è capace di affrontare anche crisi globali, ma solo quando trova la volontà politica di agire.
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