Tra le macerie di Stalingrado, devastata dai bombardamenti nazisti, un ufficiale dell’Armata Rossa, Pëtr Semënovič Vavilov, intuisce per la prima volta «il lavoro immane di chi l’aveva costruita». Nel suo monumentale romanzo sull’assedio della città, Vasilij Grossman descrive la rivelazione che nasce dalla distruzione: il cumulo di rovine mostra la quantità di materiale di cui sono fatte strade e abitazioni e, soprattutto, lo sforzo, la perizia e il tempo necessari per realizzarle. «Quanto sudore era costato agli uomini cavare dalle miniere e dalla sabbia il vetro, la pietra, il ferro, l’acciaio, il rame. Migliaia e migliaia di squadre di muratori, carpentieri, imbianchini, vetrai e fabbri avevano lavorato per decine di anni dall’alba al tramonto». Paradossalmente, lo scempio consente di percepire con più nettezza il valore dell’opera umana.
Oggi, che immagini simili scorrono quotidianamente sui nostri schermi, anche noi leggiamo quelle pagine con maggiore consapevolezza. E ci accorgiamo anche di quanto lavoro e quanta dedizione siano stati necessari per costruire le architetture immateriali su cui si regge il nostro vivere: il diritto, la democrazia, la pace. Forse, la familiare naturalezza con cui si abita una casa ci aveva fatto dimenticare che dobbiamo ogni singolo mattone alla fatica e alla sapienza di qualcuno. Edificare e abbattere non sono due azioni equivalenti né semplicemente opposte: differiscono enormemente sul piano dell’intelligenza, dell’impegno e delle risorse che richiedono.
Differiscono, quindi, per il tipo di forza che mettono in campo. «Per Hitler la forza era nella violenza dell’uomo sull’uomo». Ma esistono altri concetti di forza: per esempio quello che implica la resistenza al male o l’esercizio generoso del bene. «È l’etica di un popolo a fissare i concetti di forza, giustizia, bene e lavoro». Pertanto, scrive ancora Grossman, «chiunque affermi che il popolo ama la forza e la rispetta dovrebbe riflettere a fondo su cosa il popolo intende per forza e su quale sia la forza che il popolo rispetta e riconosce, quale sia quella dinanzi alla quale si leva il cappello, e quale quella che invece non rispetta, non riconosce e che non seguirebbe mai, e alla quale mai si rassegnerà».
La risposta a questo interrogativo è tutt’altro che scontata. Riguarda senz’altro la società nel suo insieme («il popolo»), ma riguarda inevitabilmente la coscienza di ciascuno. Non è ovvio dire che cosa ammiriamo e rispettiamo e che cosa invece ci inorridisce. Ci sono momenti, però, nei quali diventa urgente maturare una profonda chiarezza interiore, perché ciò che regge la nostra casa è più fragile di quanto crediamo e l’esito dipende anche da noi.
