Editoriale

La cultura è carità

Attraverso l’esempio del cardinal Federigo Borromeo, Manzoni mostra come investire nella cultura sia un vero atto di misericordia, capace di migliorare la vita delle persone e trasformare il sapere in bene comune
La Biblioteca Ambrosiana di Milano fondata nel 1607 (foto Veneranda Biblioteca Ambrosiana)

A metà del suo romanzo, I promessi sposi, Alessandro Manzoni interrompe il racconto per inserire un appassionato ritratto del cardinal Federigo Borromeo (cap. XXII). La digressione è sufficientemente lunga perché l’autore si premuri, non senza ironia, di autorizzare chi non fosse interessato a saltare direttamente al capitolo successivo. Farlo significa, però, perdersi alcune considerazioni che costituiscono un utile insegnamento anche per il presente.

Penso, in particolare, alle pagine che Manzoni dedica alla fondazione della Biblioteca Ambrosiana, al modo in cui l’Arcivescovo la fornì di libri e di manoscritti, di un collegio di dottori, di una scuola e di una Pinacoteca, oltre ai mezzi economici per mantenere un’istituzione così grande e prestigiosa. Contrariamente alle consuetudini dell’epoca, Federigo volle poi che i volumi fossero a disposizione di chiunque, cittadino o forestiero, trasformando il sapere da privilegio di casta a bene comune.

Una tale impresa, come sempre accade, sollevò anche allora una moltitudine di critiche e di perplessità. Manzoni non fatica a immaginare lo scetticismo di quanti, scuotendo il capo, commentavano «cos’importa? e c’era altro da pensare? e che bell’invenzione! e mancava anche questa, e simili». Tutti questi giudizi «saranno certissimamente stati più che gli scudi spesi da lui in quell’impresa: i quali furon centocinquemila», la maggior parte dei quali il Cardinale mise di tasca propria.

Proprio su questa annotazione, Manzoni interviene con una di quelle sue osservazioni fulminanti, frutto di acume e di singolare limpidezza morale: «Per chiamare un tal uomo sommamente benefico e liberale, può parer che non ci sia bisogno di sapere se n’abbia spesi molt’altri in soccorso immediato de’ bisognosi; e ci son forse ancora di quelli che pensano che le spese di quel genere, e sto per dire tutte le spese, siano la migliore e la più utile elemosina».

Per Manzoni, insomma, investire in biblioteche è un atto di misericordia non meno del dar da mangiare agli affamati: la cultura non è un vezzo da salotto o un sovrappiù riservato a una ristretta élite, ma un modo concreto di praticare la carità. Per questo, occuparsi della crescita culturale dei cittadini non è per la Chiesa un compito accessorio, ma una dimensione intrinseca al suo ministero.

Occorre abbandonare quel diffuso stereotipo che contrappone una dimensione più pratica e fattiva dell’amore del prossimo a un intellettualismo raffinato ma incapace di toccare la vita concreta delle persone. Il cristiano (il santo) è un «generoso» e «perseverante amatore del miglioramento umano». Sottrarre la cultura a «quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a quell’antipatia generale per ogni applicazione studiosa» che caratterizzano ogni tempo e anche il nostro, è questione di carità.

Da Il Segno di marzo