Può capitare di incontrare san Francesco nel modo più impensato, persino a Milano. Così almeno racconta Anna Maria Ortese, arrivata in città dal Sud, «quasi un’immagine dell’Italia Meridionale caduta come un gatto nel Po, e uscitane appena, silenziosa e disperata» (La lente scura, Adelphi). Sotto una pioggia torrenziale e completamente disorientata, arriva in piazza Sant’Angelo.
Gli scrosci d’acqua e lo scoramento le confondono la vista e, cercando la strada, domanda indicazioni a quello che le sembra un distinto signore avvolto nel suo impermeabile sotto il diluvio. Solo quando gli si accosta si rende conto del fraintendimento: quello che ha davanti è una statua di bronzo, quella di un frate, san Francesco. Eppure, sorprendentemente, il santo le parla.
Come gli angeli nella Bibbia, le dice innanzitutto di non avere paura: «la città sembra chiusa, sembra ostile, non ha quasi cielo», ma, «appena la chiami, risponde». E chiamare vuol dire desiderare, chiedere le cose di cui gli uomini hanno bisogno: «del pane, della gioia».
Nel breve dialogo che segue san Francesco non fornisce, alla fine, il nome della strada. Del resto alla Ortese non serve più. Parlando con il santo ha ritrovato quella fiducia nel mondo che le permette di essere anche lì, nella metropoli sconosciuta, come se fosse nella casa materna. «Vidi allora che attraverso la pioggia, con due occhi asciutti e un sorriso intimo, Milano mi guardava».
Questo sguardo benevolo e carico di promesse ci commuove e, contemporaneamente, ci sembra appartenere a un tempo molto lontano. Non solo perché la Ortese scrive nell’immediato dopoguerra. In fondo, i decenni trascorsi potrebbero rappresentare una distanza poco significativa rispetto agli otto secoli che ci separano da san Francesco. Ma, oggi, questa apertura verso un futuro più ricco di pane e di gioia ci appare francamente improbabile. Siamo come rassegnati a vivere in un mondo sempre più cupo, in cui il domani è pieno di pericoli più che di speranze.
Proprio per questo, la piccola vicenda biografica della scrittrice fa al caso nostro. Siccome anche noi ci sentiamo disorientati e soli, abbiamo bisogno di ascoltare il messaggio che san Francesco ci rivolge. Non ci promette un’esistenza priva di difficoltà. Ci insegna però che la perfetta letizia è possibile. Il suo segreto sta nell’andare incontro a ogni cosa con fiducia. «Con fiducia, sì», ripete la Ortese. Una fiducia che è prossima alla fede e senza la quale anche la fede rimane un principio astratto.
Da ottocento anni il Poverello di Assisi ci invita a riconoscere questo «sorriso intimo» di un mondo che non ci guarda come un estraneo, ma come un parente prossimo (madre, scrive la Ortese; fratello e sorella, dice Francesco). Ed è tutto quel che ci serve per trovare la nostra strada e percorrerla con gioia.
