La domanda è sempre la stessa: quando finirà? Ma probabilmente nemmeno Donald Trump, che quella guerra l’ha cominciata assieme all’alleato di ferro Benjamin Netanyahu, sa esattamente come ne uscirà dal conflitto che dal 28 febbraio scorso infiamma il Medio Oriente, dalle sponde del fiume Litani nel sud del Libano fino al confine orientale iraniano con l’Afghanistan. In un’escalation che potrebbe crescere ulteriormente, scatenando l’inferno preannunciato dall’ayatollah Ali Khamenei prima di essere ucciso dai missili.
Chi lo conosce bene Donald Trump, ma non gli vuole però bene altrettanto, dice invece una cosa dalla quale bisognerebbe partire per cercare di trovare qualcosa di logico in questa guerra che, come tutte le altre 65 che si combattono oggi nel mondo, di logica proprio non ne ha. E cioè che The Donald agisce soltanto per una cosa: il denaro. Lo stesso obiettivo per il quale è pronto a cambiare idea dalla sera alla mattina.
Per questo nei 16 mesi trascorsi dalla sua seconda elezione alla Casa Bianca il presidente americano ha bombardato già nove Paesi diversi (e tra questi c’è l’Iran colpito per la seconda volta dopo la Guerra dei dodici giorni e sempre con la compagnia di Israele). Nelle ore seguite alle prime bombe sganciate dagli F-35, il Presidente ha parlato «di almeno quattro o cinque settimane di operazioni», per poi frenare bruscamente affermando che «la guerra in Iran sarà breve». Ora, però, non si sa più che tempi si ponga.
Qualcuno parla dei riferimenti al “breve” come di “pannicelli caldi” per curare le Borse mondiali agonizzanti sotto i meno tre dei listini, del petrolio oltre i cento dollari e della paralisi delle negoziazioni. Con il pressante e angosciante timore che qualcosa sia sfuggito o possa sfuggire di mano da un momento all’altro.
Perché il leader statunitense ha consentito che le speculazioni portassero il greggio a una soglia che lui stesso aveva ricondotto intorno ai 70 dollari (con l’aiuto saudita e di altri), per togliere l’ossigeno di valute pregiate con cui Vladimir Putin può continuare a finanziare l’occupazione quadriennale in Ucraina? Perché fermare di colpo il lavoro di distruzione delle basi di lancio dei missili ipersonici e dei droni a lungo raggio Shahed 136 e continuare a martellare invece i centri di potere ormai svuotati dai loro occupanti? Perché smentire se stesso dopo aver parlato di abbattimento del regime o (prima ancora) di aver agito per fermare la costruzione della bomba iraniana senza essere in grado di portare prove e implicitamente ammettendo che la distruzione totale del programma nucleare degli ayatollah, compiuta a giugno insieme a Israele, era solo una bugia? O perché non aver previsto che la paralisi di Hormuz avrebbe creato in una sola settimana ciò che non aveva fatto il Covid in più di un anno? O meglio: perché tentare ora di allestire una patetica flotta di protezione internazionale (collezionando una sequela crescente di “no” da parte dell’Europa e di buona parte dei grandi alleati) dopo essersi reso conto che con le armi non è in grado di impedire ai Pasdaran di tenere in ostaggio migliaia di petroliere?
La lista è ancora lunga, ma condurrebbe allo stesso risultato, come il paradosso della follia: ripetere in continuazione un’operazione matematica nella convinzione che il risultato cambi. E se dal punto di vista politico dall’attacco è uscito un regime iraniano probabilmente più debole, ma più coeso di prima, perché sa che è senza consenso, con un principe (il figlio prediletto Mojtaba Khamenei) diventato re prima del tempo, dal punto di vista militare l’operazione condotta con lo spreco di mezzi senza precedenti, si sta rivelando lunga e soprattutto pericolosa.
Quella che in Vietnam portò a coniare un termine, quagmire, passato tristemente alla storia con il significato di “pantano”. Con uno scenario del Medio Oriente nel caos totale e che rischia di non mutare troppo rispetto a quello che esisteva prima della fine di febbraio.
Per comprendere la “frenata di Trump”, e sfuggire al facile refrain del follow the money (segui i soldi), vanno però considerati altri due fattori. Il primo è quello geopolitico e riguarda il futuro, anche prossimo, degli Usa: è la contrapposizione a Pechino nello scenario dell’Indo-Pacifico. La Cina è il Paese che più di altri ha goduto del contrabbando di petrolio dall’Iran, in barba agli embarghi, e Xi Jinping da fine febbraio ha “minacciato” meno del solito, certamente meno di Putin, a sua volta con le mani in pasta per la costruzione degli impianti nucleari in Persia e grande “beneficiato” dai prezzi del petrolio alle stelle.
Due “decisori” che rischiano di creare una situazione ingestibile per Trump e per il divide et impera che il leader Usa ha scelto di adottare con il comportamento irrituale e quasi “filorusso” sull’Ucraina.
Più concreto è invece il secondo fattore: a novembre in America si vota per il rinnovo parziale di Camera e Senato. L’appuntamento del midterm, con i nuvoloni di recessione dipinti dagli esperti di economia in queste ore. L’inflazione è una delle armi che Trump ha usato per schiantare Kamala Harris, che ha ritorto contro il “nemico” della Federal Reserve, Jerome Power, che più di altre terrorizza però anche un Presidente a otto mesi dal voto che gli potrebbe dare una maggioranza talmente forte da riformare (almeno in parte) le radici dello Stato. Gli eventi di queste settimane hanno però dimostrato che le paure, più dei costi di una guerra, hanno forse fatto capire a Trump che i tempi di un clamoroso autogol si stavano accelerando. Il prezzo del greggio per due settimane ha arricchito i suoi “grandi elettori” texani che producono primi al mondo il greggio, ma ora l’economia americana, come quella europea prima di lei, emana scricchiolii pericolosissimi. Sempre più allarmanti se il tempo delle armi si protrarrà ancora a lungo.
Se da un lato l’economia ancora una volta comanda, purtroppo per gli iraniani e le iraniane sembra invece che i tempi di “donne, vita e libertà” e delle rivolte che portino a qualcosa non siano ancora maturi. Anche l’Europa comunque non se la passa bene. L’ennesimo conflitto, contro un nemico persecutore degli oppositori, un regime omicida e con legami con il terrorismo internazionale, arrivato fino a spingersi alle porte del nemico giurato israeliano, per tutti i governanti del Vecchio continente è chiaramente “indifendibile”. Almeno nelle dichiarazioni. Con una Nato in decomposizione e una “difesa europea” che per il momento denota più costi che benefici la situazione non è delle migliori. E il rischio che la fiammata militare dopo quella dei prezzi sia sempre meno irreale. Ma chi è pronto a morire per Teheran?
